Papa Francesco ci dice: «La partecipazione all’Eucaristia ci invita a seguire Gesù ogni giorno, a essere strumenti di comunione, a condividere con lui e col nostro prossimo ciò che siamo». Nelle testimonianze della vita di cristiani, che vivono tra i musulmani nella diocesi del Sahara algerino, ho ricavato espressioni che potrebbero diventare preghiera comune.

Accordaci Dio la conoscenza intima dei nostri fratelli e sorelle.
Aiutaci a scoprire meglio come tu cammini con noi tutti.

Dio tu sei un’evidenza.
La pratica religiosa ci incita al rispetto
davanti alla tua grandezza nella storia e negli avvenimenti.

Vicini e amici ci aiutiamo ad aprire gli occhi su di te.
Ti fai vicino nelle nostre realtà.

Camminiamo insieme nelle differenze dove tu precedi.
Al di là di razze e culture, tu lavori i nostri cuori.

Ogni giorno sentiamo l’invito alla preghiera.
Sì, siamo fratelli e sorelle e preghiamo insieme.

Negli incontri parliamo liberamente di te e ci consoliamo.
Sei continuamente presente sulle nostre strade.

Siamo chiamati a essere strumenti umili e generosi
della tua provvidenza e bontà.

La fraternità e l’amicizia dicono che ti cerchiamo.
I valori uniscono e fanno costruire il Regno
nel mondo attorno a noi.

L’uomo porta in se qualcosa di più grande.
Insieme ti lasciamo, Dio, guardarci dentro
per cambiare le nostre vite.

In ciascuno, una piccola fiamma.
Amiamo vedere questa luce e rivelarla
e condividere la speranza.

L’Algeria cambia,
come cambiamo per fare ciò che vuoi
per il nostro paese?

Cari amici, il mio augurio pasquale è che in preghiera ci sentiamo uniti anche a quanti pregano
in modo diverso. Gesù è morto e risorto per tutti.

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Uno dei due religiosi, don Gianpaolo Marta, è in Camerun da più di sei anni, mentre don Allegri era tornato a settembre, ma «era già stato lì per 10 anni – ricorda una suora della Divina Volontà di Bassano del Grappa, che da anni opera a stretto contatto con i sacerdoti della diocesi di Vicenza impegnati nel Nord del Paese -; conosceva bene l’ambiente».
Per vari motivi mi sento tanto legato a loro, da quando col vicario generale di Treviso mi recai a Vicenza, presso il vescovo, mons Onisto, nel 1975, a chiedere sacerdoti per le missioni del Camerun.
Con don Antonio ho vissuto una lunga e profonda amicizia in Camerun, in Italia e qui dall’Algeria. Quando gli chiesero la disponibilità a ritornare in Camerun, mi scrisse: «Grazie sempre delle tue “meditazioni”… anche perché sono spesso imbevute di spirito foucauldiano. Dal 14 al 19 novembre noi qui (a Rimini) faremo l’Assemblea nazionale delle fraternità sacerdotali Jesus Caritas, sarebbe bello che mi scrivessi due righe dall’Algeria per noi che simpatizziamo per Fr. Charles e per tutti quelli che come te imparano “necessariamente” a vivere il suo stile… Ma comprendiamo appunto anche noi sempre di più che la Nuova evangelizzazione passerà con l’intuizione di Fr. Charles: l’icona di Nazareth e quella della Visitazione dovrebbero essere la nuova immagine di Chiesa… Noi ci crediamo, ma è ancora difficile proporla nelle nostre “pastorali” così strutturate e ingabbiate negli strumenti umani. Aspetti un fidei donum? Chissà… Se il Signore chiama… Ciao!». Gli avevo risposto: «Coraggio, parti!».

 

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In questo tempo, la Chiesa d’Algeria sta vivendo un anno interdiocesano in preparazione all’assemblea delle quattro diocesi – Algeri, Orano, Costantina e Ghardaia – che si terrà il prossimo settembre. È un cammino a tappe, e la prima tappa di questi mesi è la condivisione di quanto si sta vivendo. Eccovi alcune testimonianze di religiosi, laici e cristiani immigrati. Non tutto è facile. C’è anche la croce.

Penso che l’uomo porti in sé qualcosa di più grande che se stesso. Provo tanta gioia a condividere con cristiani sub-sahariani o algerini. Insieme lasciamo il Signore guardare le nostre vite per cambiarle. In ciascuno c’è una piccola fiamma e, là dove passo, amo vedere questa luce e rivelarla.
È un modo di condividere la mia speranza.

Ci sono dei passi che si succedono, meditazione lungo i giorni degli avvenimenti, ascolto di quello che gli altri condividono e preghiera insieme. Spiazzamento radicale del mio modo di vedere i fratelli e le sorelle dell’islam, invito all’incontro, avventurarmi nelle loro tradizioni e nel loro Libro, rivisitare le grandi figure bibliche a noi comuni. Forte domanda sulla mia fede, sul posto della mia preghiera quotidiana, sul posto di Gesù Cristo nella mia vita e sull’Eucaristia.

Ho capito che Gesù al quale avevo consacrato la mia vita per annunciarlo là dove ero mandato, mi chiamava ad andare oltre le mie idee e riconsiderare piuttosto il dono della vocazione e il valore di una missione senza frontiere e senza limiti di razza, cultura e religione… Ho detto di sì, accogliendo il cambiamento che chiede tempo, pazienza e ascolto.

Sono chiamata a vivere una vita di intimità con Gesù nella forma di vita della Fraternità al seguito di Fr. Charles e della Piccola sorella Maddalena. Tra fratelli e sorelle musulmani, siamo chiamati a vivere una vita di amore fraterno in questa cultura, religione che segna la loro fede e la loro vita sociale. Ciò porta a conoscere, incontrare, dialogare, a farsi vicini, disponibili, camminando con l’altro nel più profondo della vita.

La vita insieme a questo popolo, in una ospitalità generosa quasi protettrice, durante lunghi viaggi, con giovani aperti, fedeli alla preghiera e con la gioia di condividere e di essere solidali in funerali, matrimoni, nascite. amicizie continue… Tutto mi testimonia che la Grazia è più grande di noi, che il Regno è già presente, che Gesù cammina con noi.

Non più in grado di aiutare tanto, accolgo l’aiuto e il dono dell’altro. La visita di chi mi ha chiesto di parlarle di Gesù ha scosso la mia vita. Sì, accompagnati allo stesso modo, fratelli. Nella preghiera i miei occhi si aprono. Nella fraternità e l’amicizia vedo che cercano Dio e che insieme possiamo costruire il Regno. Suona alla porta e dice: «Ci hai cambiato la vita, ora tocca a noi aiutarti».

La loro fede e il senso della visita nelle circostanze della vita mi invitano a una più grande interiorità e a lasciare che Cristo mi raggiunga in tutto ciò.

Camerunese, ho imparato da Charles de Foucauld che la felicità si trova seguendo Gesù fino
all’ultimo posto. Ho trovato la Croce, ma Gesù mi ha aiutato a portarla. Tornando a casa, voglio vivere una vita nuova, da cristiano, conforme a quella di Gesù. Ho trovato delle persone modello. Lotterò anch’io per cambiare il mondo, per scrivere il Vangelo con la vita.

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È nella preghiera e nel silenzio nella comunità dei Piccoli Fratelli di Jesus Caritas a Sassovivo che il neo cardinale Philippe Ouedraogo, arcivescovo di Ouagadougu in Burkina Faso, ha vissuto la vigilia del concistoro di pochi giorni fa. E si confida così: “Ho avuto la grande fortuna di incontrare la Famiglia Spirituale di Charles de Foucauld tramite le Piccole Sorelle di Gesù. Faccio parte dal 1986 della “Fraternità Sacerdotale Jesus Caritas”, una realtà internazionale molto viva. Successivamente il Signore mi ha fatto incontrare voi Piccoli Fratelli di Jesus Caritas, la prima volta che sono stato ad Assisi, mi avete fatto conoscere la stupenda Abbazia di Sassovivo. Voi piccoli fratelli siete come la mia famiglia, da voi mi sento a casa per questo prima di recarmi a Roma per il concistoro desideravo tornare a Sassovivo per poter “ascoltare la voce del silenzio”.
Al seguito del beato Charles de Foucauld, Gesù è il mio “Modello unico”: cerco di essere fedele alla mia vita quotidiana, così come lo era Gesù a Nazaret, fedele alle cose grandi e a quelle piccole, vivendo con semplicità ogni giorno.
La spiritualità di Nazaret: farsi presente a tutti, in contatto continuo con le persone che incontriamo sulle nostre strade.
Gesù incontrato nella Parola, nell’Eucaristia e nel fratello.
La giornata del deserto: una pratica che ho imparato per vivere la preghiera nel silenzio e nella solitudine, per quanto possibile una volta a settimana;
Assieme a Charles de Foucauld, amo anche santa Teresa di Lisieux, ricordando quanto affermava il cardinale Congar, essi sono «i due fari che hanno illuminato il secolo atomico» ossia il XX. Credo che anche il nostro secolo possa ancora ricevere parecchia luce da questi due nostri amici del cielo.

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Come incontrarci in profondità, cristiani e musulmani insieme? Come condividere il cuore delle nostre esistenze? E come aprire ad altri questa condivisione?
Alcuni cristiani e musulmani hanno deciso di incontrarsi con regolarità e uno di loro ci racconta: «Da tempo volevo fare un’esperienza del genere e finalmente mi si è offerta l’occasione di un incontro islamo-cristiano e il tema la preghiera. L’incontro è stato introdotto da un cristiano e da una musulmana, che hanno condiviso alcune esperienze della loro preghiera. In seguito, ogni partecipante poteva prendere la parola. Poi abbiamo pranzato insieme, sono seguiti momenti di canto in francese e in arabo, e uno scambio di pareri sulla mezza giornata vissuta insieme. Una giovane musulmana ha detto: “All’inizio cercavo di capire se la persona che parlava era cristiana o musulmana, poi ascoltavo semplicemente quello che la persona diceva”. La cosa mi ha impressionato e ho sentito il desiderio di continuare a frequentare questo gruppo. Peccato che l’incontro era annuale. Allora ho incontrato alcuni partecipanti e ci siamo messi d’accordo per condividere alcuni momenti della vita alla luce di un testo biblico e di un testo coranico, su questi temi: elemosina, differenza, fiducia e i nomi di Dio. Abbiamo fissato quattro date. Dove siamo oggi? Da incontri mensili siamo ora ad incontri ogni cinque settimane e dal sabato siamo passati al venerdì. Ciò che mi sembra interessante è l’impegno forte di alcuni partecipanti, soprattutto musulmani che non dispongono di altri luoghi per condividere la loro vita. Può darsi che tali incontri possano avvenire anche in altre città dell’Algeria. È veramente bello».

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Julio Schlosser, presidente della Delegazione delle associazioni israelite argentine, dopo la visita a Papa Francesco, giovedì 27 febbraio, ha confidato che il Pontefice desidera essere accompagnato nel suo viaggio in Terra Santa da un amico ebreo, forse il suo amico rabbino argentino Abraham Skorka e da un rappresentante dell’islam. Il Papa, ha aggiunto Julio Schlosser, nutre molte speranze in questo viaggio.
Questa notizia mi ha fatto esultare di gioia perché la parola “accompagnare” mi fa sentire quanto sto vivendo nella mia vita: accompagnare chi incontro come discepolo di Gesù, che ha accompagnato e continua ad accompagnarci verso il Padre. Che va davanti per illuminare… ed indirizzare i nostri piedi sulla via della pace. (Lc 1, 76ss)
Il Papa si fa accompagnare e nello stesso tempo desidera accompagnare la Chiesa e il mondo verso Gesù. Gli piace l’immagine della Chiesa in uscita che accompagna e dice nel documento Evangeli Gaudium: «La comunità evangelizzatrice si dispone ad “accompagnare”. Accompagna l’umanità in tutti i suoi processi, per quanto duri e prolungati possano essere. Conosce le lunghe attese e la sopportazione apostolica. L’evangelizzazione usa molta pazienza, ed evita di non tenere conto dei limiti».
Anche noi accompagniamo Papa Francesco con la preghiera e con la nostra fede, aperti agli orizzonti della Chiesa, nutrendo la speranza del Regno di Dio.

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Ospedale, luogo di relazioni con malati, soprattutto donne e migranti, e col personale sanitario. Luogo di lunghe attese di un incontro, di un esame clinico, di una firma, di un trattamento. Luogo di degrado, di mancanza di gestione. Luogo di discriminazione.
Luogo di solidarietà, tenerezza, disponibilità e lotta per una cura migliore…
Luogo della mia vita contemplativa in una tela di sentimenti positivi e negativi, segni di esperienze umane, di ciò che vedo e sento e che mi domandano pazienza e accettazione di usi e costumi diversi. Passare ore in fondo a un corridoio con la speranza che qualcosa arriverà.
Il medico arriva e la persona che volevo vedere. Tempi lunghi che rafforzano l’amicizia. La mia preghiera, senza tenere niente, mani vuote in attesa di essere piene.
Donna tuareg che muore a 50 anni, sorridendomi. Figlio che muore a 20. Il padre è sereno. Per loro morire è andare presso Dio. La loro fede mi sconvolge.
Disordine sociale, tempi lunghi. Resistere.
L’amicizia permette di penetrare nell’anima di questo popolo. Sarà feconda. È la mia speranza.

(Piccola Sorella Francescana)

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Quando la tivù mi porta anche nel Sahara dell’Algeria le immagini di personaggi col cognome di Clerici, Ramazzotti, Perego, Vismara, Parodi, e così via, mi si risvegliano ricordi di missionari del mio Istituto, conosciuti anche negli anni della formazione. Padre Gerolamo Clerici, mio professore di inglese, raccontava che in Birmania durante la guerra, i giapponesi gli versavano in gola acqua bollente perché non voleva svelare notizie. Perego, altro missionario della Birmania. Ramazzotti, fondatore del mio Istituto. Vismara, il Beato missionario dei bambini…
Quando nei giornali trovo il cognome di Pozzi, Bianchi, Banfi, Berlusconi, Brambilla, ecc. mi domando se questi discendenti di nobili e importanti famiglie conservano il ricordo di qualche loro antenato che dedicò la vita a testimoniare la gioia del Vangelo nelle terre lontane. Non so se questi discendenti mi leggeranno, ma mi piacerebbe sentire se è rimasto ancora in loro e nella loro famiglia qualche segno dello spirito missionario e come lo vivono. Non è un dubbio che esprimo, ma il desiderio di sentirmi unito a loro come lo ero e lo sono coi loro antenati, di sentirli uniti a me, nello stesso spirito che dà un grande senso alla vita.
E non so se Celentano sappia che un suo maestro di scuola elementare, il maestro Giuliano, leggeva i suoi temi ai suoi figli, tutti entusiasti dell’originalità e dell’allegria che suscitavano. Fin da piccolo, Celentano faceva parte della loro famiglia e aveva già numerosi fan.
Questo lo raccontava il figlio del maestro Giuliano, padre Fulvio, missionario in Brasile e pittore di icone meravigliose.
La grande famiglia del Pime continua e si allarga anche ai parenti e agli amici dei nostri missionari, interessati a leggere e a sentire nel cuore quanto succede nel mondo e come la gioia del Vangelo continua a essere la Vera Luce, anche per loro.

 

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Sono giunti da tante parti del mondo con una borsa di studio in un Paese musulmano e riempiono
le università dell’Algeria. Alcuni hanno trovato una Chiesa e dei fratelli di fede. Saranno i medici, gli ingegneri, i dirigenti dei loro Paesi.
Leggiamo le testimonianze di alcuni di loro, cristiani di differenti denominazioni. «Avevo paura… anche di perdere la fede. All’inizio ho avuto difficoltà di dialogo, ma poi ho accolto l’amicizia, restando sereni nelle nostre tradizioni e ci siamo capiti e arricchiti».
E poi la gioia di trovare un luogo di preghiera e di fraternità. «Qui in Algeria ho scoperto un’altra immagine della “Chiesa-Famiglia di Dio”. Questo mi ha dato coraggio e gioia per vivere in mezzo a un popolo con il quale ho tessuto amicizie che non mi attendevo».
E l’amore bello, puro, lasciato scritto all’amica algerina.
«Tu rappresenti per me il vero simbolo dell’amicizia,
la ciotola con l’acqua sempre fresca per la festa, anche nell’arsura dell’estate.
Tu resti la sola che ha sfidato pregiudizi
per aprirti pienamente a me, senza retro-pensieri.
La sola a capire i miei interessi.
I tuoi sentimenti sono per me certi, veri, provati.
So che mi ami d’un amore vergine, come un fratello, per sempre.
Ogni tua parola è penetrata e mi resterà per sempre.
Ti amo e lasciamelo dire
anche davanti alla persona
con cui costruirai il tuo avvenire,
e davanti alla persona
con cui fonderò il mio.
Perché, venuto da lontano, mi hai accolto senza pregiudizi».
Questa mattina ho celebrato l’Eucaristia con un bell’africano. Con lui, seminarista, avevo condiviso un cammino formativo. Ora è prete. Abbiamo pronunciato insieme la preghiera della Chiesa e le stesse parole di Gesù.
Papa Francesco non si stanca di consigliarci di amare e di far sentire l’amore di Gesù.
E i giovani ci credono.
Come mi ha scritto una ragazza italiana con gli auguri di buon anno: «Questi giorni sono stati anche per me densi di incontri con vecchi amici, ma soprattutto occasione per stare un po’ di più in famiglia. A volte diamo per scontate troppe cose e la fretta ci fa mancare il tempo per “ritrovarci”, per stare insieme».

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«Natale di Gesù, festa della fiducia e della speranza, che supera l’incertezza e il pessimismo. E la ragione della nostra speranza è questa: Dio è con noi e Dio si fida ancora di noi!». Con queste parole Papa Francesco ci augura il Buon Natale di questo anno 2013.
In Algeria, i cristiani si preparano a una grande riunione che avverrà nell’ottobre del 2014. Si stanno domandando come e dove trovano il Signore e come lo testimoniano.
Eccovi alcune testimonianze: «Ogni giorno sentiamo cinque volte l’appello alla preghiera. Sì, Dio è presente tra noi sulle nostre strade, Emmanuele, con noi nei nostri incontri giorno dopo giorno».
«La vita con questo popolo, la loro ospitalità generosa, l’amicizia quasi-protettrice, la loro apertura all’altro diverso, la loro fedeltà alla preghiera, il gusto della condivisione, la loro solidarietà … tutto mi testimonia che il Regno è già presente, che Gesù è presente e cammina con noi».
In Algeria, i cristiani vivono coi musulmani nell’amicizia e nel rispetto reciproco. Ma in molti Paesi le tensioni nelle relazioni tra credenti di diverse famiglie religiose sono estremamente tese e tragiche, come in Siria, Egitto, Libia, Africa centrale…
Il trevigiano mons. Ilario Antoniazzi, arcivescovo di Tunisi, intervistato da Maria Laura Conte, dice: «Percepiamo la grande tensione che segna il Paese. Più che per la situazione attuale, appena uscita da una certa stagnazione, temiamo per quello che potrebbe accadere. Soprattutto che si crei un vuoto politico, che solo Dio sa chi potrà riempire. Ci sono stati arresti di gruppi salafiti, sono state trovate delle armi, siamo come in una pentola bollente, che potrebbe scoppiare. Gruppi di salafiti sono andati a combattere in Siria e quando tornano importano l’esperienza della guerriglia, sono pronti a tutto, fino a farsi martiri per la guerra santa nel nome di Dio. Ciò che mi tranquillizza è che il popolo tunisino ama la pace… Il mio primo Natale a Tunisi mi sta insegnando molto. L’assenza di luminarie e di segni evidenti dei preparativi della festa mi colpisce in modo particolare… Ma proprio questa sorta di nostalgia mi costringe a un ritorno all’essenziale. Mi invita a sbarazzarmi di tutto ciò che è secondario, per lasciarmi condurre al significato essenziale del Natale: Gesù che viene. Quel Gesù che proprio là dove non mancano luminarie e decori di ogni genere, come nel ricco Occidente, quasi non si nomina più. Ecco: a Tunisi siamo aiutati a riandare all’essenziale».
Cari amici, vi auguro di trovare il Signore nella preghiera e nell’incontro di ogni altro che vedete sulla vostra strada. E con la gioia del Vangelo nel cuore. Buon Natale!

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