Tamanrasset è la città di frontiera dell’Algeria, che accoglie migranti provenienti da vari Paesi africani. Alcuni vi soggiornano per qualche giorno, il tempo di riposarsi dopo la faticosa traversata del deserto, trovare dei connazionali con cui continuare il viaggio o fermarsi per racimolare qualche soldo. Si calcola siano circa 15.000.
Molti di loro arrivano spogliati di tutto da coloro che li hanno caricati durante il viaggio e che li hanno lasciati nel deserto a percorrere a piedi gli ultimi chilometri. Appena arrivati a Tamanrasset, in genere, entrano in una specie di ghetto che all’inizio è un rifugio e poi diventa una prigione, dove il capo è fratello di razza, ha la sua lingua, ma approfitta continuamente della sua fragilità. Parecchi cadono nelle reti della delinquenza, altri riescono a continuare il viaggio.
In questi giorni, ho incontrato il prete, la suora e alcuni migranti che vivono a Tamanrasset. Il prete a Pasqua ha celebrato sette battesimi. La suora continua da anni a incontrali all’ospedale e nei loro quartieri. I migranti coi quali ho parlato mi raccontano che ormai vi risiedono da anni, lavorano e aiutano in vari modi chi arriva bisognoso di tutto.
Quelli che restano, incominciano a organizzarsi e trovano dei veri fratelli, anche nella fede.
E così è nata l’Association des petits débrouillards de la diaspora, di chi ha deciso di cavarsela anche al motto: Solidarité, fraternité, respect. Continuano e adattano alle loro situazioni progetti di microcredito per iniziative di formazione, lavoro e aiuto in caso di malattia, infortunio e perfino di rimpatrio. Anche a loro è giunto ed è vivo il grido di Papa Francesco: «Signore, che ascoltiamo le tue domande : “Adamo dove sei? Dov’è il sangue del tuo fratello?”».

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Spesso mi diverto coi miei amici a dire qualche parola nell’arabo pronunciato alla mia maniera. Così verifico e colgo le reazioni che, oltre a correggermi, mi arricchiscono e mi fanno penetrare nel loro pensiero.
Ad esempio, racconto: «In una notte nera, sopra una pietra nera, cammina una formica nera… e Dio la vede».
Uno mi ha subito suggerito: «E Dio la sente». E ha spiegato: «Come l’uomo sente il rumore del tuono, così Dio sente il camminare della formica». Anche altri amici preferiscono dire: «Dio sente», per sottolineare un rapporto più profondo. Un altro: «E Dio la conosce… perché Dio sa tutto della nostra vita e del creato».
Un professore mi ha anche ricordato una poesia persiana sulla formica. per dire lo spirito dell’islam tollerante verso i credenti di altre religioni: «Non disturbare la formica che trasporta il chicco di grano; dal momento che anche lei è un essere vivente, e la vita è dolce per tutti».
«C’è una storia che Sayyidina Jalaluddin Rumi racconta di una formica che sta strisciando sul tappeto in una moschea, e la formica si lamenta con Dio dicendo: “Che cosa è questo , questi dossi e colori strani e disegni, questo deve essere stato creato proprio come un percorso ad ostacoli senza senso, ciò che una cosa futile di aver fatto”. Ma naturalmente chi ha realizzato il tappeto, guardando dall’alto può vedere i disegni e il loro scopo, e può vedere che il tutto è perfetto ed è un bene. Allah è spesso così. Spesso non riusciamo a dare un senso alla disgrazia perché siamo a due dimensioni, siamo al livello del suolo, non possiamo vedere cosa significa tutto questo, ma il khalifa di Allah subhanahu wa’tala dice che, pur non vedendo, sappiamo che anche questa è una manifestazione della volontà di Allah che è sempre buona, perfetta e bella». Shaykh Abdal Hakim Murad
Leggete anche questa: «Osservate questa formica, con quel corpicino piccolo e gracile, talmente piccola che a stento la vediamo; con ciò la comprensione della complicatezza del suo essere è impossibile. Cammina sulla terra e raccoglie ciò che gli spetta; raccoglie i chicchi e li porta nella sua tana; raccoglie di estate per l’inverno e nei giorni di abbondanza per i giorni di carestia. Trova quello che vuole e il suo cibo è stato determinato. Dio non ignora mai nemmeno la formica, anche se essa si trovi nel cuore di una pietra o sulla parete di un burrone. Come mangia, come digerisce, come sono i suoi occhi, come sente, basta pensare a ciò per rimanere sbalorditi e comprendere di essere impotenti di scoprire tutto. Ma allora è grande ed elevato il Signore che ha permesso che la formica possa camminare sui suoi gracili arti. Se percorrerai fino alla fine tutte le vie del pensiero e della scienza, alla fine tutte ti diranno che la creazione di grande e piccolo, pesante e leggero, forte e debole, per Dio è la stessa cosa e nulla dinanzi alla sua potenza».
Mi diverto e gioisco quando il pensiero profondo è lo stesso.

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Carissimi, nella Settimana e Santa, accompagniamo Gesù nella sua passione e verso la sua e nostra Risurrezione. Solidari anche di Gesù che vive nei poveri.
Durante l’anno 2013-2014, abbiamo riletto la nostra presenza in Algeria come discepoli di Gesù e Gesù ci ha invitato a rivederlo nei poveri. Gesù sentiva compassione profonda per la povertà e l’ingiustizia che trasformavano gli esseri umani in esseri anonimi senza nome e passato. Come sono oggi i migranti chiamati “senza documenti” o “clandestini”. La realtà dei poveri ci rivela le linee di frattura, quelle della società e quelle della Chiesa. Siamo chiamati a essere attenti alle chiamate profonde delle persone e a rivedere, ripensare e riorientare le attività abituali della Chiesa.
Papa Francesco ci chiama a un cammino di conversione evangelica. Il servizio presso gli emarginati apre il cuore alla scoperta sempre nuova di Gesù nei poveri, nei piccoli, quelli che mettono la loro fiducia nel Dio unico in Gesù e che formano il popolo delle Beatitudini. Accostando i poveri, le forme di servizio diventano sempre nuove e ci domandiamo come allargare lo spazio della loro presenza nella nostra vita personale e collettiva (comunitaria, parrocchiale, diocesana).
Oggi nella nostra Chiesa ci accorgiamo di novità importanti di presenza: migranti, studenti sub-sahariani, cristiani algerini, operai stranieri, prigionieri.
Ognuno di noi è chiamato a spostarsi, ad avvicinarsi interiormente per meglio “conoscere l’altro” e “meglio capirlo”. Nella Chiesa non ci sono “stranieri”, né “ospiti di passaggio”. Non c’è chi è al centro e chi è in parte, ma siamo, come dice San Paolo: «concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio» (Ep 2, 19). Dobbiamo trovare il nostro posto accanto a loro e raccogliere la saggezza preziosa di chi vive in margine. Essi possono insegnarci ciò che hanno imparato per vivere e sopravvivere: esilio, creatività, solidarietà, energia di resistenza e gioia di vivere.
I migranti riconoscono l’amore della Chiesa per raggiungerli, accoglierli, visitarli anche in prigione. Anche gli operai stranieri vivono una vita difficile, per molti una vita come celibi. Anche nelle loro autostrade in costruzione, officine, basi nel deserto… passa Gesù.
Numerose famiglie povere e… ammalati, handicappati, bambini, anziani, sono i soggetti di visite, accompagnamento e cure, assieme ai soci attivi delle associazioni dell’Algeria e a persone di fede diversa. Avviene un dono, un’accoglienza reciproca. Non si dona solamente, ma anche si riceve. Insieme, gli uni e gli altri, ci umanizziamo facendo questo mondo più umano.
Auguri carissimi, vicini tra noi e vicini ai nostri poveri.

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Nel libro “L’hospitalité divine” di Fadi Daou, prete maronita, e Nayla Tabbara, musulmana sunnita, professoressa di scienze religiose e islamiche, leggo questa pagina scritta da Nayla: «L’esperienza religiosa… l’altro la vive nel suo cuore. Se riconosci questo, allora senti che qualcosa della sua religione tocca… interessa anche il tuo cuore. Se le religioni presentano ognuna un proprio modo di riconoscere Dio, le differenze non sono opposizioni ma complementarietà. È prendere coscienza che Dio lavora non strettamente nel terreno di una sola religione e che è più grande. L’Emiro Abdel Kader ha lasciato scritto: “Se pensi e credi solo quello che dicono le genti della sunna (la pratica islamica), sappi che è vero quello e qualcosa d’altro. Se pensi e credi che Egli è colui che professano e credono tutte le scuole dell’islam, Egli è così e altro che così. Se pensi che Egli è quello che credono le diverse comunità – musulmani, cristiani, ebrei, mazdeeni, politeisti e altri… Egli è così e altro di così. Alcune delle sue creature non l’adorano sotto tutti i suoi aspetti; nessuno l’ignora sotto tutti i suoi aspetti. […] Dio è vasto e onnisciente ( Al Baqara 2:247 ), ingloba le credenze di tutte le creature, tutto come la sua misericordia abbraccia tutte le sue creature… È adorato da ogni creatura da un certo punto di vista, è conosciuto da tutte le creature da un certo punto di vista. È ignorato da tutte le creature da un certo punto di vista”».
È meravigliosa questa apertura di riflessioni e questa stima delle diverse religioni anche da parte di alcuni musulmani.
Riprendo una testimonianza del cardinale Carlo Maria Martini: «Gli accenti di fede e di profonda umanità, ampiamente diffusi nei testi sacri delle religioni del mondo, possono farci pensare a quel “libro dei popoli” di cui parla la Bibbia (cfr. Salmo 87,6): un libro celeste, nel quale Dio stesso scrive, ma le cui pagine trovano riferimento anche nei libri dei popoli del mondo».

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Era ed è una cosa meravigliosa avere un luogo di preghiera riconosciuto ad Hassi Messaud (Algeria), città del petrolio e del gas. I cristiani stranieri, fino a qualche mese fa, potevano partecipare all’Eucaristia, il venerdì pomeriggio e la domenica mattina, nella cappella di Nostra Signora delle Sabbie, dove abitano padre Alberto e tre missionarie dell’Immacolata.
Quando arrivai a Touggourt, nel 2006, mi recavo ad Hassi Messaud e ogni venerdì arrivava un bel gruppo di italiani con qualche francese, americano, egiziano copto. A Natale e a Pasqua un piccolo aereo mi portava in qualche base, in pieno deserto, dove si potevano celebrare le grandi feste.
Nella preghiera di quegli operai coglievo la loro gioia accanto alle preoccupazioni di famiglia e le insicurezze del lavoro e dell’ambiente. Nella cappella di Hassi Messaud c’è anche una statuetta della Madonna donata da un operaio miracolato.
Ora non è più così. Dopo l’attentato di Ain Amenas, dove morirono trenta operai stranieri e trenta algerini, e dopo l’uccisione di un francese nella Kabilia, le compagnie straniere non permettono più ai loro operai di uscire senza scorta della polizia.
Ora padre Alberto e le tre suore celebrano senza vedere arrivare gli operai stranieri. Padre Alberto li raggiunge nelle loro basi, pranzando con loro, inviando per posta elettronica il Vangelo della domenica con un commento e mantenendo qualche relazione personale, sempre via Internet. Chiusi nelle loro basi, alcuni leggono il Vangelo e pregano in attesa di tempi migliori.
Cari amici, non so se vi rendete conto di che cosa sia la Messa per un cristiano che vive all’estero. Quando partecipiamo alle nostre Messe, ricordiamoci anche di loro.

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In questi giorni le notizie che ci giungono sono terribili. E Gesù ci dice di amare… anche i nostri nemici.
Commentando questa parola di Gesù, padre Christian, priore dei monaci uccisi a Tiberine (Algeria), disse: «Amore impossibile all’uomo». Nel suo testamento, indirizzandosi a chi gli avrebbe tolto la vita, lo aveva chiamato «amico dell’ultimo istante». Padre Christian sapeva che poter amare il nemico era solo il frutto dell’azione dello Spirito Santo e non il risultato di un impegno di amore umano. Niente nobiltà umana e niente eroismo o ascesi, ma solo azione dello Spirito Santo che ci configura a Cristo e cambia i nostri cuori di pietra in cuori teneri e misericordiosi.Anche l’accoglienza dell’altro è opera di Dio, è lasciare che Dio completi la sua “immagine” in noi, ci faccia trasparenti di Lui stesso che ama tutti e ci fa amare l’altro come lui l’ama. Così padre Christian lascia che lo Spirito Santo lo trasformi in testimone trasparente di Dio anche nel modo di considerare i figli dell’Islam: «Ecco che potrò, se piace a Dio, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare in lui i suoi figli dell’islam come lui li vede, totalmente illuminati dalla gloria di Cristo, frutti della sua passione, investiti dal dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre lo stabilire la comunione e il ristabilire la somiglianza, giocando con le differenze».
In questa Quaresima, la Chiesa tutta medita come essere immagine di Gesù, come amare senza cercare risposta, dare senza attendere una ricompensa, seminare il bene e ricambiare col bene il male ricevuto. È la rivoluzione voluta da Gesù.
Cari amici, Buona Quaresima!

 

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Nella sua ultima visita in Algeria, Renzi si è occupato anche del tema dei migranti.
Il Niger è uno dei Paesi più poveri del mondo, ma anche quello con il più alto tasso di natalità.
Molti nigerini, per sfuggire alla povertà, migrano in massa clandestinamente verso i Paesi del Nordafrica, dove però non trovano lavoro e quando raggiungono Algeri vivono in campi di accoglienza e, in alcuni casi, sono aiutati a ritornare a casa.
In alcuni casi, viaggi dal Niger al Nordsafrica si sono conclusi con tragedie, come quella recente che ha visto una novantina di migranti, in maggior parte donne e bambini, morire di stenti e sete nel deserto algerino.
L’Algeria ha reso noto che si farà carico delle spese per riaccompagnare gli espulsi alla frontiera del nord del Niger, dove poi saranno presi in carico dalle autorità di Niamey. Gli espulsi sono considerati “migranti in posizione irregolare e senza lavoro”. Secondo il primo ministro nigerino Brigi Rafini, che ha parlato davanti al Parlamento di Niamey, il 76% dei 3.000 destinatari dei provvedimenti d’espulsione è composto da bambini, il 24% da donne, che, per ammissione dello stesso premier in Algeria esercitano la mendicità e vivono in condizioni di estrema povertà.
Alcuni profughi del Niger, incontrati qui a Touggourt, avevano cercato di passare dall’Algeria alla Libia, ma non sono riusciti ad attraversare la frontiera. Respinti, sono ripassati da me perché li aiutassi a raggiungere l’organizzazione che riporta a casa chi si rassegna a ritornare.
Saïda Benhabilès, presidente dell’organizzazione umanitaria le Croissant-Rouge algérien (CRA), assicura che i profughi saranno condotti nelle migliori condizioni umanitarie e sociali e in pieno accordo col governo del Niger. Restare in Algeria nel periodo invernale potrebbe essere troppo difficile. Ma il rientro al loro povero Paese come sarà?

 

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Quest’anno il nostro vescovo di Ghardaïa ha augurato Buona Festa a tutti, cristiani e musulmani. Perché il 25 dicembre è stato il Natale di Gesù e il 4 gennaio il Natale di Maometto.
Poi ci racconta questo fatto simpatico avvenuto proprio nella nostra chiesetta di Nostra Signora delle sabbie a Hassi Messaud, dove padre Alberto celebra l’Eucaristia per i “tecnici del petrolio” e per le suore dell’Immacolata che vi risiedono. Una trentina di anni fa, accanto alla chiesa abitava un ingegnere algerino con moglie e figli. Tra Natale e Capodanno c’era anche la festa della nascita di Maometto. Faceva freddo e la moschea era lontana. Allora l’ingegnere Madani pensò di celebrare la festa nella chiesa. Accese le candele, bruciò l’incenso e fece la preghiera con la sua famiglia. Giunto padre Claude, ora vescovo, per la celebrazione del primo gennaio, entrando in chiesa sente subito l’odore dell’incenso e chiede se lo sentiva anche l’ingegnere. «Sì, padre – risponde -, abbiamo celebrato qui anche la nostra festa. Non c’è grande differenza tra le nostre due religioni… solo qualche giorno!».
Ora il vescovo continua: «Quel ragionamento pieno di humor su un comportamento col sapore di libertà e di rispetto mi dice qualcosa. Quando ci lanciamo in confronti di ordine ideologico o teologico, le nostre differenze le sentiamo inavvicinabili. Ma a livello della vita quotidiana, degli atti semplici di devozione e di alcune pratiche religiose, ci troviamo su un terreno più comune e più vitale… È il momento di privilegiare ciò che ci unisce piuttosto che ciò che può dividerci. La nostra esistenza è fatta di numerosi gesti, di abitudini per esprimere la nostra fede. È nel cuore della nostra relazione a Dio che ci sentiamo felici. Ciò che ci lega maggiormente sono i rapporti umani, la nostra preghiera semplice, le relazioni rispettose, i gesti di aiuto e di mutua solidarietà. Pur salvando le nostre diversità, ciò che abbiamo di più prezioso e che vogliamo promuovere, preservare, rispettare non è forse la nostra umanità, la sua dimensione divina, la nostra adorazione “in spirito e verità” come diceva Gesù alla Samaritana? Cristiani e musulmani, tra le nostre due feste ci sono solo pochi giorni. Consideriamo questa prossimità provvidenziale. “Aidkum mabruk!”. Che la vostra festa sia benedetta!».

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“Ospitalità divina” è il titolo del libro scritto da Fadi Daou, prete maronita, e Nayla Tabbara, musulmana sunnita, professoressa di scienze religiose e islamiche. Nella postfazione di Nayla leggo: «Il nome di Dio Al-Wasi, il Vasto, lo Spazioso, significa: Allah abbraccia ogni cosa, si estende a ogni cosa. È la Misericordia e la Conoscenza di Dio. Il teologo Ghazali afferma che ogni credente può rivestire e vivere le qualità dei 99 nomi divini e Al Wasi apre a una vita di conoscenza e di ogni valore etico. Si tratta allora di coltivare interiormente l’Ospitalità divina, cioè accogliere, fare spazio in sé anzitutto a Dio, e insieme anche agli “altri”. La lettera dei 138 Saggi musulmani, Una Parola Comune, scritta ai responsabili delle Chiese cristiane, ha rinnovato il legame dei due amori comuni a entrambe le religioni : amore di Dio e amore del prossimo. È vivere l’ospitalità divina, operare in sé una apertura di ospitalità verso gli “altri”. Questo allargamento fa sì che l’altro non sia estraneo, ma uno che abita e vive dentro ed è accolto con tutta la sua realtà, fa parte di chi lo accoglie. Jamal Rahman afferma: “L’armonia tra le religioni non è possibile senza un lavoro interno che crea spaziosità interiore, necessaria per abbracciare le differenze”. Questa accoglienza porta sacrificio e annuncio di fecondità come lo fu per Abramo. Sacrificio di uscire dal conforto del proprio cerchio con le proprie sicurezze, senza mettersi in confronto e opposizione con gli altri, e annuncio di un nuovo “sé” di se stesso. Nell’attuazione pratica non si pensa più solo ad allargare la propria cerchia, ma ad aprirsi verso gli altri. Abramo accolse i messaggeri e in seguito protesse il popolo di Loth senza paura».
Questo libro mi ricorda che un nomade di Taibet, villaggio qui vicino, accolse un viandante per una notte e lo tenne con sé 14 anni. E mi ricorda quanto mi disse un giorno il capostipite di una famiglia musulmana che aiutò Piccola Sorella Maddalena al suo arrivo a Touggourt e che si ritiene quasi un co-fondatore dell’attuale fraternità : «Abbiamo vissuto un’amicizia divina».
Ghazali affermava che ogni credente può rivestire e vivere le qualità dei 99 nomi divini,
San Fulgenzio diceva di Santo Stefano: «La carità fece scendere Gesù e innalzò Stefano fino al cielo. La stessa carità del Re è risplendente nel soldato».

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Eccovi una gioia natalizia per chi spera nel rispetto reciproco.
Un amico mi porta un articolo scritto da Idriss Jazairi, ambasciatore in pensione, et Jean Paul Vesco, attuale vescovo di Oran. È una pagina intera del giornale “El Watan” dell’8 dicembre 2014, contenente le riflessioni dei partecipanti all’incontro islamo-cristiano svoltosi in Vaticano dal 2 al 4 dicembre scorso. Vi hanno partecipato una delegazione cattolica, due delegazioni musulmane, sunnita e schiita e una delegazione anglicana. Alla base di tale incontro c’erano queste domande:
quali elementi delle nostre tradizioni religiose possono prevenire conflitti nelle nostre società nel rispetto dell’ “Altro”?; come possono le tradizioni religiose interagire coi governi e la società civile per togliere ostacoli e incomprensioni nei confronti dell’ “Altro”?; come sensibilizzare le società ricorrendo alle tradizioni religiose per una cultura di pace?
Ogni delegazione ha fatto proposte interessanti. Ne presento una: accompagnare i giovani a sviluppare il sentimento di benessere e di fraternità, facendo conoscere le migliori pratiche di educazione inter-religiosa e programmi di condivisione di esperienze a tutti i livelli.
Un punto forte è stato quello di non attribuire alla religione, qualunque sia, l’atto di violenza o di terrorismo.
Per quanto riguarda l’Algeria, si è ricordato che questo Paese è stato vittima almeno due volte della manipolazione della religione a suo danno: quando la religione cristiana è stata strumentalizzata nel quadro della conquista e sottomissione coloniale e quando durante il “decennio nero”, l’islam è stato manipolato per legittimare i crimini contro algerini innocenti.
L’impegno è quindi di dissociare le violenze coloniali o terroriste dalle tradizioni religiose autentiche. Se vi sono stati ricorsi alla violenza, questi non vanno attribuiti alle religioni cristiana o islamica.
Va ricordato l’esempio storico dell’emiro Abdelkader. Gli avevano chiesto: Come mai il 9 luglio 1860, rischiando la tua vita, hai salvato 12.000 cristiani di Damasco, mentre per 17 anni hai lottato contro i cristiani che avevano messo il Paese nel sangue? Rispose che aveva fatto guerra contro i francesi non perché erano cristiani ma perché avevano invaso il Paese.
L’articolo termina con l’invito a non strumentalizzare la religione per i propri interessi, ma piuttosto ad ascoltare quanto diceva l’emiro Abdelkader: Se i cristiani e i musulmani mi ascoltassero, metterei termine alle loro divergenze e diventerebbero fratelli all’esterno e all’interno».

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