Leggo su Missionline: Qual è la risposta cristiana all’odio e alla violenza? Certo la denuncia della persecuzione e la lotta per la tutela dei propri diritti. Ma, prima, ci ha ricordato di recente Papa Benedetto XVI, viene la preghiera. Sull’esempio della primitiva comunità cristiana. All’udienza generale del 18 aprile il Papa, commentando un brano degli Atti degli apostoli, disse: «Che cosa chiede a Dio la comunità cristiana in questo momento di prova? Non chiede l’incolumità della vita di fronte alla persecuzione, né che il Signore ripaghi coloro che hanno incarcerato Pietro e Giovanni; chiede solamente che le sia concesso “di proclamare con tutta franchezza” la Parola di Dio (cfr. At 4, 29), cioè prega di non perdere il coraggio della fede, il coraggio di annunciare la fede. Prima però cerca di comprendere in profondità ciò che è accaduto, cerca di leggere gli avvenimenti alla luce della fede e lo fa proprio attraverso la Parola di Dio, che ci fa decifrare la realtà del mondo».
Sulla scia delle parole del Papa, a seguito delle recenti e gravissime violenze di cui sono stati vittime i cristiani in Nigeria e in Kenya, il cardinale Angelo Scola, nei giorni scorsi ha detto: «I fedeli ambrosiani partecipano alla sofferenza delle Chiese perseguitate in tutto mondo, con la preghiera, l’affetto e la partecipazione al dolore delle famiglie e della comunità così duramente colpite». E ha aggiunto: «Questi cristiani non siano oltraggiati, oltre che dalla barbara uccisione, anche con il silenzio e l’indifferenza. (…) In ogni comunità della Diocesi e nella preghiera personale dei cristiani non manchi il ricordo delle vittime e di chi è così duramente provato. La fede della nostra Chiesa sia ravvivata dalla testimonianza di tanti cristiani che pagano con la vita l’amore per Cristo Gesù».


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Ecco la bella testimonianza dell’amica Hacina su suor Colette Calle, religiosa marista.

«Suor Colette era arrivata in Algeria nel 1963 e aveva vissuto tutta la sua vita come infermiera. Ci siamo conosciute nel 1991 nella casa della famiglia Meddah, dove la madre aveva partorito due gemelle. Una di loro Meberika era handicappata. La suora incoraggiava i parenti e organizzava la cura della bambina, altrimenti destinata a morire. Contagiava tutti col suo entusiasmo e con la sua determinazione. Meberika diventò un membro completamente attivo nella famiglia.

Diventammo amiche. Lavorava tutta la settimana e i giorni di riposo li spendeva a cercare, camminando a lungo nel deserto, i bisognosi di vaccinazioni. Sempre col sorriso, non rinunciava di fronte alle difficoltà. Era tutta immersa nel suo lavoro d’infermiera e mi stupiva per i ritmi che si imponeva e per la semplicità del suo tenore di vita. Dava tutta la sua vita, la sua energia. Le donne l’adoravano. Ognuna di loro si riteneva sua amica e nella miseria sociale o nei conflitti familiari, ognuna aveva in lei una spalla per appoggiarsi a piangere e un braccio solido sul quale aggrapparsi per stare in piedi.

Fu lei a propormi a lasciare l’insegnamento e di occuparmi di un’Antenna dell’Ufficio nazionale per gli handicappati. Insieme riuscimmo a recensire gli handicappati della zona. Dialogavamo a lungo e in profondità sulle nostre fedi rispettive e mai questo ci ha separate, anzi avvenne il contrario. La fede, il dono e la preghiera. Questa la sua vita, ritmata dalla meditazione. Tanta gioia, risate, risate pazzesche attorno a lei. Negli anni neri eravamo unite nei laboratori di ricamo, di cucito e di cucina. Presso di lei e Yolanda, la sua consorella, potevamo dimenticare per qualche ora la violenza che imperversava fuori. I miei figli chiamano le mie sorelle khalti, zia. Anche lei era khalti Colette! È vero! Mia sorella Colette ha raggiunto colui al quale aveva consacrato la sua vita e i miei figli hanno perso una zia».

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Nella settimana santa, che ci unisce e ci fa accogliere i sentimenti di Gesù, sentiamo forte il sentimento della misericordia.
In un recente Congresso sul dialogo ecumenico e interreligioso, tenuto dai Padri Palottini, è stato suggerito di mettere la Misericordia divina al centro non solo della riflessione teologica delle Chiese, ma al centro della pratica evangelica, come apertura verso la speranza di guarigione della ferita tra le Chiese. In realtà, ha detto il teologo ortodosso Michel Stavrou, nella liturgia della Chiesa ortodossa, il tema della Misericordia è molto presente. Così il rabbino Yeshaya Dalsace per il giudaismo.
Azzedine Gaci, grande autorità musulmana e amico del cardinale Barbarin di Lione, ha attestato che la sua religione confessa e mette in pratica la glorificazione e la grandezza della Misericordia divina in tutti i settori della vita del credente musulmano. Anche nel buddhismo, secondo Woroniecki, la Misericordia ha il suo vissuto quotidiano. Per il padre Chochollski, la Misericordia divina ha un ruolo essenziale nelle relazioni inter-religiose e ha ricordato la vita e la morte dei monaci di Tibhirine come esempio di pratica della misericordia anche nelle situazioni estreme.
Nel cuore del congresso, il cardinale Barbarin ha messo la persona di Cristo come «Immagine perfetta della Misericordia del Padre» e la Chiesa come «sacramento di misericordia dentro il mondo».
Dal congresso, i partecipanti sono usciti con la volontà di trasmettere la Misericordia, lì dove vivono, e di cercare ciò che unisce e non ciò che divide.
È una svolta importante per tutti i credenti.
È passare il ponte che ci divide. È sentire il richiamo che viene dal sangue.
È ritrovare l’immagine che Dio ha lasci
ato di lui in ciascuno di noi.
Come Giacobbe, che volle incontrare ancora suo fratello Esaù. Si erano preparati come per uno scontro, Esaù arriva con 400 uomini, ma Giacobbe si inchina a terra sette volte. Esaù gli corre incontro, lo abbraccia, gli si getta al collo, lo bacia e tutt’e due piangono. Giacobbe gli dice: «Accetta i miei doni, vedendo la tua faccia è come se vedessi la faccia di Dio».

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Dalla grande strada che arriva da Ouargla e da Touggourt e che prosegue verso il centro della città di Hassi Messaud, vicino alla grande posta, puoi vedere il piccolo campanile in ferro della chiesetta di Nostra Signora delle Sabbie. Grazie al lavoro di tanti amici e alla dedizione di padre Emmanuele Cardani è stata finalmente rimessa a nuovo.
In cima al campanile, c’è un bel gallo in lamiera e sotto, due belle campane di bronzo lucente.  Perché il gallo? Avendo costruito la chiesa i Padri Bianchi francesi, forse hanno voluto metterci uno dei simboli cari alla Francia, un tempo chiamata Gallia. Ma il gallo sul campanile, da una tradizione documentata fin dal IX secolo, è simbolo di colui che chiama alla penitenza e alla vigilanza e quindi anche simbolo di Cristo, che vuole svegliare i dormienti e divide con il suo canto la notte dal giorno. Il gallo poi, nei Vangeli, è ricordato nell’episodio del rinnegamento di Gesù da parte di Pietro. Dopo aver detto più volte: «Non so chi sia Gesù, non sono del suo gruppo», incrociò lo sguardo di Gesù, pianse amaramente e il gallo cantò! Segno di un amore non ancora spento. Tutti e quattro i Vangeli ne parlano.
Per ora il gallo di Hassi Messaud è lì in attesa… Ogni venerdì, vede arrivare alcuni cristiani, gli operai e i tecnici del petrolio, che pregano in varie lingue, e sente qualche canto, non certo forte come il suo.
E le campane? Le campane sono nate per manifestare lo stato d’animo del popolo cristiano nelle diverse circostanze: il suono solenne e gioioso richiama i fedeli alle celebrazioni, semplici e tristi rintocchi annunciano le esequie, consolando e invitando alla speranza nella vita futura, ecc.  Ma quelle di Nostra Signora delle Sabbie sono lì, ferme, in attesa che un giorno siano riallacciate alla corda e che si sveglino dal sonno di mezzo secolo e possano esprimere ancora i loro rintocchi…
Sì, verrà il giorno in cui il gallo farà sentire la sua gioia e le campane giubileranno perché gli abitanti di Hassi Messaud capiranno che sono tutti fratelli, anche se di diversa cultura e religione, creature dello stesso creatore, figli dello stesso Padre.
Cari amici, avvicinandosi le feste pasquali, vi mando i miei auguri. Tanti sono i segni di paura e di speranza. Viviamoli uniti tra noi e con tutti i fratelli del mondo, accanto al Crocifisso e al Risorto.

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Nadjia Bouzeghrane scrive, nel giornale algerino El Watan del 25 marzo 2012, una testimonianza sul Card Duval.
Mons Duval, fin dal suo arrivo in Algeria nel 1947, ha operato per far riconoscere il diritto degli Algerini alla giustizia. «Dobbiamo rileggere gli scritti di Mons Duval - dice Christine Ray autrice del libro Il cardinal Duval, vescovo di Algeri -; questo uomo è una coscienza. Le parole giustizia, fedeltà agli algerini» riassumono la personalità del prelato.
I cambiamenti della Seconda Guerra mondiale l’avevano convinto che il tempo delle colonie era finito. Fin dal suo arrivo a Costantine, egli si mette in contatto con i responsabili delle comunità musulmane ed ebree. Vede subito l’ingiustizia coloniale, la miseria degli algerini, e dice: «Bisogna essere ciechi per non vedere l’ingiustizia e le conseguenze che ne derivano». Qualche settimana prima dello scoppio della lotta armata, nel 1954, è nominato arcivescovo di Algeri. Nel 1956, in una lettera ai preti in Algeria, impiega il termine “autodétermination” (autodeterminazione), mentre il suo predecessore non smetteva di predicare i benefici della colonizzazione.
«Non mi si dica che l’amicizia è impossibile tra uomini di condizioni, di razze, di confessioni diverse», dichiara il giorno della sua entrata nella cattedrale di Algeri. Non si crea soltanto amici. Ma non è solo, un certo numero di cristiani d’Algeria, come i Chalet o il padre Samson, aveva capito questo problema della giustizia. Nel 1962. chiama gli europei a restare e a partecipare allo sviluppo dell’Algeria indipendente e ne chiama altri a venire come cooperanti.«È necessario dire che non bisogna sopprimere le nostre scuole e  che devono essere le prime a promuovere il bilinguismo e la cultura algerina».
Lo stato algerino offre a mons. Duval la nazionalità algerina nel 1965. Alla sua morte, nel 1996, vengono celebrato funerali di stato.

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«“Un soldato gli trafisse il costato con la lancia e subito ne uscì sangue ed acqua” (Gv 19,34). Il cuore viene aperto e diventa fonte di un nuovo fiume di vita che scorre attraverso i secoli e fa la Chiesa. Ogni cristiano e ogni sacerdote dovrebbero, a partire da Cristo, diventare sorgente che comunica vita agli altri. Noi dovremmo donare acqua della vita ad un mondo assetato».
(Benedetto XVI, a conclusione dell’anno sacerdotale)

«Dio ha tanto amato gli uomini da donare loro il suo Unico:
E il Verbo si è fatto fratello
Fratello di Abele e di Caino
Fratello d’Isacco e di Ismaele
Fratello di Giuseppe e degli undici che lo vendettero,
“Fratello della pianura” e “Fratello della montagna”.
Fratello di Pietro e di Giuda e dell’uno e dell’altro in me.
L’ora è venuta per Dio di imparare ciò che costa entrare in fraternità».
(Christian de Chergé, ucciso a Tibherine)

Il cristiano segue le orme di Gesù. Il martirio dei monaci è fedeltà a un popolo come quello di Gesù per l’umanità. Nell’ultima cena, Gesù fece dono della vita, dono che visse poi sulla croce. Anche nei monaci ci fu offerta della vita e il sacrificio. Christian diceva: «Non sarà l’emiro Sayat a prendermi la vita, perché l’ho già donata». Anche Pierre Claverie, vescovo di Orano, ucciso pure lui, aveva scritto: «Chiamati a vivere in Algeria, dobbiamo considerarci come donati al popolo algerino».
Christian spinge il suo amore per il suo popolo fino a non volere che qualcuno sia responsabile della sua morte. Diceva: «Non voglio chiedere una tale morte. Voglio crederlo, professarlo. Non voglio e non sarei contento se questo popolo che amo potesse esser accusato del mio martirio».
Restare a Tibherine fu solo per fedeltà a quello in cui i monaci credevano, non una provocazione. Nel martirio ciò che è più importante non è la morte violenta, ma il dono della vita. Non è necessario un assassino, ma che ci sia un testimone di amore. E questa è la vocazione di ogni uomo, non solo del cristiano.
Il martirio dell’amore include il perdono che è dono perfetto. Il martirio dell’amore rende vivo e tuttora presente il mistero pasquale.

Il documento Gaudium et Spes (22,5) dice: «Dobbiamo ritenere che lo  Spirito Santo offre a tutti, come Dio sa, la possibilità d’essere associato al mistero pasquale». Il cuore del cristiano è oggi il fiume di vita e di amore del cuore di Gesù. Si dona a Gesù per donarsi a tutti.

«Signore, vuoi le mie mani per passare questa giornata aiutando i poveri e i malati che ne hanno bisogno?
Signore, oggi ti do le mie mani.
Signore, vuoi i miei piedi per passare questa giornata visitando coloro che hanno bisogno di un amico?
Signore, oggi ti do i miei piedi.
Signore, vuoi la mia voce per passare questa giornata parlando con quelli che hanno bisogno di parole d’amore?
Signore, oggi ti do la mia voce.
Signore, vuoi il mio cuore per passare questa giornata amando ogni uomo solo perché è un uomo?
Signore, oggi ti do il mio cuore».
(Preghiera di Madre Teresa)

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Mons. Paul Desfarges, vescovo di Costantine, descrive in una lettera il percorso della Chiesa in Algeria durante la guerra di liberazione, le parole coraggiose dell’allora arcivescovo di Algeri, il cardinale Etienne Duval, contro la tortura, la vicinanza fraterna e rischiosa dei cristiani al fianco degli algerini nella loro lotta per l’indipendenza che ha rafforzato i legami di sempre della Chiesa con il suo popolo. «La Chiesa nel momento dell’indipendenza ha detto ancora “sì” alla sua vocazione di essere Chiesa per tutto il suo popolo d’Algeria».
Mentre l’Algeria scivolava, anni dopo, nella violenza integralista e profondava nella guerra civile, mons. Henri Teissier, arcivescovo di Algeri, nonostante le minacce e i rischi, si rifiutava di lasciare il Paese, nell’ora più sanguinosa. Solidale al popolo algerino, della cui amicizia e sincerità non aveva mai dubitato, ribadiva la sua convinzione che in Algeria, nella tragedia quotidiana, il sangue dei cristiani (19 religiosi e alcuni laici) e dei musulmani algerini (circa 150.000)  era lo stesso: lo provarono il martirio comune e il destino condiviso da Mons. Claverie e il suo autista Mohamed, uccisi il primo agosto 1996.
Mons. Teissier dichiarava senza ambiguità la sua compassione per i civili algerini e faceva eco al card. Duval dicendo: «Quella d’Algeria è una Chiesa di incontro, testimone nascosto della presenza di Dio».

«Una parte di voi ci appartiene»

Un’amica algerina musulmana ha scritto alla comunità cristiana la seguente lettera: «Avete scelto di vivere con questo popolo, di condividere le sue gioie e le sue pene. Avete scelto… o è Dio che ha scelto per voi? L’importante è che voi siate qui, e che rimaniate sempre qui. Ma la vostra presenza non si limita solo alla relazione creata dal vostro insegnamento e dal vostro aiuto. La vostra presenza ha superato tutto ciò. È più profonda. La vostra presenza in questa terra e in mezzo a questo popolo ha superato tutto questo poiché una parte di voi ci appartiene. Non si può esistere da nessuna parte senza appartenere in qualche modo all’altro. Molti algerini musulmani condividono con me quest’idea e queste sensazioni. Non siete qui per un conflitto religioso o politico - benché molti lo credano - e non voglio arrestarmi a questa considerazione. Se volete andare al fondo della vostra nobile missione, dovete vivere qui con noi pienamente. Pierre Claverie ha scritto: “Chiamati a vivere in Algeria, dobbiamo considerarci come donati al popolo algerino”».

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Avvicinandoci alla Settimana Santa, i momenti migliori sono quelli eucaristici, dove si adora Gesù. Lo scorso anno ho vissuto dieci giorni a Beni Abbes con i Piccoli Fratelli, che custodiscono il primo eremo costruito da Charles de Foucauld. Nell’eremo ti sembra di vedere ancora fratel Charles e di sentirlo nel cuore dell’eremo, in adorazione. Scrisse: «29 ottobre 1901, celebrata la prima Messa a Beni Abbes. Il santissimo sacramento è nella piccola cappella che Gesù si è regalata… Ho, dunque, ora, giorno e notte, questa dolce compagnia… “sono felicissimo”. Pregate perché io sia per Gesù un compagno amoroso e fedele».
Attualmente sono i Piccoli Fratelli e le Piccole Sorelle che continuano. Leggete questa loro testimonianza:
«Se la tua celebrazione e la tua adorazione eucaristica saranno vere e sincere, sarai preso dal profondo desiderio che tutta la tua vita diventi una Eucaristia. Quel pane spezzato per amore, che accogli e contempli non può non darti la voglia e la forza di continuare a donarti e a spezzarti per i tuoi fratelli. Charles de Foucauld racconta come quando si trovava in adorazione davanti all’Eucaristia e sentiva un povero bussare alla porta, si dirigesse immediatamente e con gioia verso di lui per continuare a contemplare nel volto del fratello il medesimo volto del Cristo contemplato nell’Eucaristia. Eucaristia sarà quindi anche il tuo studio adempiuto con amore e il desiderio di essere domani più preparato a servire i tuoi fratelli. Eucaristia il tuo lavoro attraverso il quale procuri il pane quotidiano per te e la tua famiglia, contribuendo ad un progresso armonico della società. Eucaristia il tuo impegno quotidiano per la pace, la giustizia e il tuo impegno politico portato avanti con integrità a costo di pagare di persona. Eucaristia il tuo fare piccole e coerenti scelte alternative di condivisione con gli ultimi che, come capitò a Gesù, potranno anche causarti incomprensioni e opposizioni. Se rimarrai fedele ad una celebrazione e adorazione quotidiana dell’Eucaristia, ti renderai anche conto come il donarsi del Cristo si attui nella discrezione, nel nascondimento, nell’umiltà, nella semplicità, nella gratuità. Lui infatti nell’Eucaristia ti accoglie facendosi accogliere. Ti convincerai allora che celebrare in modo autentico l’Eucaristia non sarà solo dare, ma anche forse e soprattutto accogliere, ascoltare, lasciarsi perdonare, lasciarsi amare, farsi piccolo, umile. Servire l’altro quasi senza darlo a vedere, accogliere l’altro dando l’impressione che sia lui ad accoglierti. E questo tuo celebrare concretamente con tutta la tua vita l’Eucaristia ti farà sperimentare un bisogno estremo di nutrirti quotidianamente di Lui per continuare a donarti e ad accogliere come Lui, in Lui e per mezzo di Lui».
(Piccoli Fratelli del Vangelo, Insegnaci a pregare).

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Il 4 febbraio è l’anniversario della nascita del Profeta. La sera della vigilia, ritornando dalle Piccole Sorelle, cammino per prudenza nel centro della città e non attraverso il palmeto, come faccio di giorno, perché di sera posso trovare sgradevoli sorprese. Un amico mi invita alla moschea a incominciare  la grande veglia di lettura del Corano. Gli dico: «Aid mabruk» (benedizione a te per la festa). Mi risponde: «Noi per questa festa non ci diciamo “Aid mabruk”, perché celebriamo con grande solennità solo due feste, quella alla fine del Ramadan e quella grande del sacrificio di Abramo. La festa della nascita del Profeta è solo un ricordare…».

L’indomani ai due ragazzi, venuti da me per un sostegno nella lingua francese, chiedo di fare un tema sulla festa della nascita del Profeta. Mi scrivono: «Durante la notte abbiamo ascoltato il Corano. Questa festa per noi è soprattutto ricordo. Non facciamo un pranzo straordinario, ma anche oggi pensiamo di dare qualcosa ai poveri e ci facciamo visita in semplicità per un momento di famiglia. Non c’è niente di esteriore. È solo festa nel cuore. La festa è solo per Dio. L’uomo è solo un uomo e non festeggiamo un uomo».

Poi a pranzo, l’amico che viene ogni tanto, mi dice che ci sono altre usanze a seconda delle tribù. Alcuni fanno scoppiare dei mortaretti, ma non tutta la gente è d’accordo. L’usanza più bella è quella di lasciare accesa una candela in tutti i luoghi della casa durante la notte per significare la luce e la verità di Dio che il Profeta ha portato.

Negli incontri con gli amici di Touggourt mi trovo spesso confrontato con le differenze tra islam e cristianesimo e invitato a riflettere e ad approfondire. Una differenza è il culto dei santi. L’islam non celebra le feste dei suoi “profeti”. Solo Dio merita la lode.

In realtà, nel prefazio delle feste dei santi, il cristiano dice: «Nella festa riconosciamo un segno luminoso della tua grazia, ammiriamo la tua sollecitudine per la tua Chiesa, celebriamo le premure del tuo amore, tu sei glorificato nelle assemblee dei santi, coronando i loro meriti coroni i tuoi doni».

Ho pensato anche ad alcune feste che si celebrano in Europa e in altre parti del mondo. Tanta esteriorità, ma quanto contenuto?  L’esteriorità è bella… quando è festa del cuore!

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La basilica di Nostra Signora dell’Africa di Algeri ora risplende e continua ad accogliere fedeli, pellegrini, visitatori e anche molte donne musulmane in preghiera, particolarmente devote alla vergine. I restauri sono stati ultimati. Ma anche la basilica di Sant’Agostino di Annaba si sta rinnovando. Annaba è il nome nuovo della antica Hippona, di cui il santo fu vescovo.

La gente è generosa, dice il vescovo Paul Desfarges, e vuole la chiesa ancora bella, aperta, accogliente. Non è considerata un museo, ma luogo di silenzio e di preghiera per sentire ancora vicino il grande antenato Agostino. Poco lontano le piccole sorelle dei poveri ospitano persone anziane e bisognose. Con l’aiuto dell’amministrazione di Annaba e di altri benefattori privati, algerini, francesi e di varie parti del mondo, anche le magnifiche vetrate riprendono armonia, colore e luce viva. Vi pregano e animano le liturgie, i padri agostiniani che assicurano accoglienza di turisti e di pellegrini. 

Benedetto XVI ha voluto contribuire con un suo dono personale e mostrare la sua profonda vicinanza di pensiero col grande  Santo. Anche la diocesi di Pavia, dove il santo riposa, ha dato il suo contributo.

In Algeria esiste l’associazione sant’Agostino ed è formata da quanti possono continuare a dire come il santo: «Ti cercavo fuori e tu eri dentro».

Preghiamo perché questo posto continui ad esser un luogo di studi, ricerche, dialogo e fraternità.

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