Leggo sulla rivista Jesus dello scorso febbraio: «È necessario cercare nuove forme di organizzazione ecclesiale sul territorio, dalle unità e zone pastorali alle équipe vicariali e di zona per rispondere ad alcuni bisogni evidenti. La manifesta “insufficienza” della parrocchia, la carenza di sacerdoti, la maggiore mobilità della popolazione e il venir meno di molti “confini” geografici, la mutata condizione esistenziale culturale e religiosa delle persone a cui la Chiesa è chiamata a predicare il Vangelo».
L’arcivescovo di Udine Andrea Bruno Mazzoccato ha invitato vescovi, preti e laici delle quindici diocesi del Nord-Est a riflettere sulle nuove forme di presenza di Chiesa e su alcune sperimentazioni in corso. Concordo pienamente con l’affermazione: «Non è più tempo di aggiustamenti, ma si è chiamati ad assumere, con pazienza e determinazione insieme, una sfida forte per rispondere oggi e in un mondo rinnovato all’esigenza di trasmettere il Vangelo, di stare come Chiesa tra le case della gente e di offrire alle persone e alle comunità una reale esperienza di Cristo».
Alcuni preti qui in Italia mi hanno chiesto come trasmetto il Vangelo in Algeria tra i musulmani. Anche mia sorella religiosa mi tempesta sempre di domande: «Che apostolato fai? Quanti ne converti?». Rispondo che il mio pulpito principale è la strada e il marciapiede.
Il cardinal Martini scrisse: «Occorre guardare non tanto, in modo generico, all’islam in quanto religione e tradizione (della quale, fra l’altro, sappiamo ben poco), ma all’uomo islamico come lo incontriamo nelle nostre città. È da questo rapporto che nasce il dialogo. È da questo riconoscimento fraterno che nasce un cammino di pace, nella realtà quotidiana».
Alcuni anziani mi dicono: «Passa spesso di qui e resta un po’ con noi». È sempre sul marciapiede che vivo i miei incontri, qualche volta bevendo il tè, seduto su uno sgabello. Papa Benedetto in Germania ha detto: «L’umiltà è l’olio che facilita il dialogo».
Ritengo che il mio stare accanto a questa popolazione con affetto e discrezione, vivendo, corrisponda a quanto dice ancora Martini: «Un’autentica esperienza dello Spirito Santo: lo Spirito è infatti il vincolo di unità tra i diversi e aiuta ciascuno a gridare l’Abba del cuore e della vita verso l’unico Padre di tutti».
C’è poi il pulpito del tavolo della biblioteca nella mia casa, attorno al quale passo del tempo con studenti e adulti che vogliono leggere, studiare e parlare il francese. Qualcuno anche l’italiano. Ma poi tocchiamo vari temi e arriviamo anche, per esempio, all’insegnamento della vita.
E infine il terzo pulpito: quello dell’Eucaristia, con le Piccole Sorelle, dove condividiamo la Parola e il Pane di Dio.
È la mia vita, il Vangelo dei tre pulpiti, nei quali percepisco quanto avviene e si muove nel cuore della gente che accosto. C’è un grande bisogno di rinnovamento all’interno del Paese e dell’islam e mi sento chiamato ad accompagnare le persone nei vari aspetti della vita. Sono in attesa di una buona notizia? Quella che li aiuta a leggere il vero Corano e a vivere il vero islam?
E ora esprimo quanto ho colto giorni fa durante la settimana biblica di Paderno del Grappa sul tema “Camminando s’apre cammino”, tenuta da mons. Antonio Marangon coi suoi stretti collaboratori don Luca Pizzato e don Michele Marcato. Marangon fa notare, traducendoun brano di Giovanni (Gv 1,35-42), che Gesù non ha invitato i discepoli ad abitare con lui, ma a stare con lui e a seguirlo. In realtà Gesù non aveva fissa dimora perché voleva raggiungere continuamente ogni situazione umana di infermità (fisica o morale) e annunciare così il Regno di Dio. Ha incontrato al pozzo la samaritana, ha sentito il grido del cieco dal ciglio della strada, ha esaudito il buon ladro sulla croce, ha chiamato con sé il pubblicano Levi, nemico dei giudei, si è lasciato toccare il vestito per strada dall’emorroissa, si è commosso all’immagine dei cagnolini che mangiano le briciole dei bambini. E ha detto alla mamma cananea: «La tua fede è grande».
Ho visto mons. Marangon commuoversi e affermare con forza la sensibilità di Gesù nel cogliere la fede di “altri” (altre fedi). Ha ricordato inoltre che in un primo momento Gesù ha vissuto l’evangelizzazione del Regno di Dio, di Dio che ama tutti gli uomini e li vuole salvi e che poi Gesù, in un secondo momento, si è impegnato ad avvicinare i discepoli a sé e a formarli. Marangon ha poi aggiunto che le prime comunità dei discepoli, dopo la Pentecoste, non avevano nessuna organizzazione, ma crescevano e si formavano «nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere… e ogni cosa era fra loro comune».
E i primi cristiani si disperdevano, semplici laici e autentici credenti, col Cristo Risorto nel cuore e nella vita, e diventavano veri missionari, accendendo la fede nel Signore Gesù e attuando l’universalità della Chiesa anche senza saperlo, guidati dallo Spirito.
Questo ricordare Gesù e i primi discepoli testimoni è di grande importanza per l’evangelizzazione del mondo odierno, perché oggi siamo anche noi in situazione di vivere come Gesù e i discepoli nei loro primi momenti di evangelizzazione, immersi in un mondo di culture e di fedi molteplici o in un mondo senza fede e cultura.
Ci tocca, preti e laici, vivere “una Chiesa che sta tra le case della gente”, che sente gli odori di queste case e non si limita a servire pastoralmente quelli che entrano in Chiesa. Il servizio pastorale, ora si apre alla preghiera continuamente missionaria, alla fedeltà alle beatitudini evangeliche e si forma ad accostare e a dialogare. Uscire poi insieme per poi sedersi accanto a ogni figlio di Dio e fratello di Gesù per ascoltare, soffrire e gioire, e lasciarsi sorprendere dai valori umani ancora vivi anche nel più disgraziato, percepire qualche segno della cultura e della fede dell’altro, qualche segno del Regno di Dio e dei suoi disegni più ampi dei nostri e accompagnare e curare ogni situazione di infermità fisica o morale.
Per avere la libertà di accostarsi alla gente e mantenere vivo il ministero di Gesù che forma ancora oggi i suoi discepoli, la Chiesa ha bisogno di ritrovare una libertà maggiore da tante strutture e tante pesantezze del passato. Cosa non facile. «Desidero una Chiesa povera per i poveri», dice Papa Francesco.
La Chiesa nell’Italia del Nord-Est ha già nel suo Dna la passione ad “uscire”, dentro e fuori, fino anche ai Paesi lontani. Basta ricordare i suoi pastori che vivevano con la gente con forte intensità emotiva e paterna, i laici delle associazioni, le migliaia di figli e figlie partiti missionari e le migliaia di emigranti, testimoni cristiani pure loro.
È il gregge che è nuovo e nuove sono le forme di “sperimentazioni” in cui vive oggi la Chiesa. Ma non lasciamoci prendere dal panico. Piuttosto affidiamoci allo Spirito che continuerà a guidare la Chiesa nel nuovo servizio pastorale, nella nuova comunione fraterna e nel nuovo uscire.
Tutto questo in clima di preghiera, in stato di preghiera, come insiste a non finire mons. Marangon.

 

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Il Superiore Generale del Pime, padre Ferruccio Brambillasca, scrive: «Ho visitato Yanzibian (Cina), luogo del martirio di San Alberico Crescitelli. Nel villaggetto di fronte al luogo del martirio, purtroppo è rimasta solo una chiesetta diroccata (a malapena si capisce che è una chiesa…) in pessime condizioni. Inoltre, pare che in quella zona sia rimasta solo una famiglia cristiana e quindi sembra che il seme cristiano stia ormai scomparendo. Mi chiedevo allora, mentre mi trovavo sul luogo del martirio del nostro Alberico, a cosa è servito veramente il suo martirio. Non è rimasto nulla, forse non ci sarà più nulla e, anche se costruissero ex novo la chiesetta, non credo che la comunità cristiana da quelle parti possa rifiorire facilmente».
E continua: «I nostri martiri in Cina (e non solo…) hanno dato una risposta precisa (donando la vita
intera con una grande fedeltà giornaliera) a questa domanda: l’Istituto serve alla missione della Chiesa quando ogni luogo a esso assegnato, anche insignificante, diventa luogo in cui l’Istituto si coinvolge pienamente con amore e senza remore per le persone (anche poche…) che vivono in quel luogo e in quel periodo storico (che mai andrebbe dimenticato come memoria viva per il presente); inoltre, io come missionario del Pime, “servo” all’Istituto quando le mie parole, i miei progetti e le mie aspirazioni sono in armonia con l’amore pieno e sincero che l’Istituto riversa nei luoghi e nei tempi storici della sua missione, anche quando questa sembra non aver portato a nessun risultato concreto o cambiato situazioni che mai cambieranno».
Infine, annuncia l’argomento del prossimo Consiglio plenario dell’Istituto: “Uomini nuovi in strutture nuove. Ecco cosa serve alla Chiesa e al Pime”.
Le parole del mio superiore mi invitano a rileggere la mia vita proprio in questi giorni, preparandomi a celebrare il 6 agosto prossimo i miei 80 anni.
La rileggo anche nel libro “Una vita per la missione” che i miei fratelli hanno voluto, mettendo insieme alcuni miei scritti e aggiungendo anche testimonianze di amici, del mio vescovo, del superiore generale, di Marton, Marangon, Silvano Perissinotto, padre Gheddo, Anna Pozzi, delle Piccole Sorelle e di alcuni algerini.
Il bello del libro è che fa vedere che la vita per la missione non l’ho vissuta da solo, ma insieme a voi, agli africani del Camerun e agli amici musulmani di Touggourt (Algeria).
E quindi sento che è per tutti noi, ancora oggi, la domanda del superiore generale: uomini nuovi in strutture nuove. Ecco cosa serve alla Chiesa e al Pime. Il Pime ha bisogno di unirci per le sfide nuove della missione nuova.
È bello sentirmi invitato a diventare “uomo nuovo” a 80 anni. Col cuore che Gesù mi ha messo il giorno dell’Ordinazione sacerdotale… spero di farcela!

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Leggiamo nell’Enciclica Laudato Si’ a pag. 182: «L’universo si sviluppa in Dio, che lo riempie tutto. Quindi c’è un mistero da contemplare in una foglia, in un sentiero, nella rugiada, nel volto di un povero. L’ideale non è solo passare dall’esteriorità all’interiorità per scoprire l’azione di Dio nell’anima, ma anche arrivare a incontrarlo in tutte le cose, come insegnava san Bonaventura: “La contemplazione è tanto più elevata quanto più l’uomo sente in sé l’effetto della grazia divina o quanto più sa riconoscere Dio nelle altre creature”.
San Giovanni della Croce insegnava che tutto quanto c’è di buono nelle cose e nelle espe¬rienze del mondo “si trova eminentemente in Dio in maniera infinita o, per dire meglio, Egli è ognuna di queste grandezze che si predicano”. Non è perché le cose limitate del mondo siano realmente divine, ma perché il mistico sperimenta l’intimo legame che c’è tra Dio e tutti gli esseri, e così “sente che Dio è per lui tutte le cose”. Se ammira la grandezza di una montagna, non può separare questo da Dio, e percepisce che tale ammirazione interiore che egli vive deve de¬positarsi nel Signore: “Le montagne hanno delle cime, sono alte, imponenti, belle, graziose, fio¬rite e odorose. Come quelle montagne è l’Amato per me. Le valli solitarie sono quiete, amene, fresche, ombrose, ricche di dolci acque. Per la varietà dei loro alberi e per il soave canto degli uccelli ricreano e dilettano grandemente il senso e nella loro solitudine e nel loro silenzio offrono refrigerio e riposo: queste valli è il mio Amato per me”».
Un maestro spirituale, Ali Al-Khawwas (musulmano), a partire dalla sua esperienza, sottolineava la necessità di non separare troppo le creature del mondo dall’esperienza di Dio nell’interiorità. Diceva: «Non occorre criticare a priori coloro che cercano l’estasi nella musica o nella poesia. C’è un segreto sottile in ognuno dei movimenti e dei suoni di questo mondo. Gli iniziati arrivano a captare quello che dicono il vento che soffia, gli alberi che si flettono, l’acqua che scorre, le mosche che ronzano, le porte che cigolano, il canto degli uccelli, il suono delle corde o dei flauti, il sospiro dei malati, il gemito degli afflitti…».

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Due ragazze e un loro amico suonano alla porta. «Desideriamo vedere dove preghi e vogliamo sapere chi sono i cristiani. E chi è Gesù?».
Li faccio entrare e mi sento tranquillo anche perché c’è già con me un giovane che da anni mi frequenta per motivi di studio e può aiutarmi nella conversazione in arabo. Sono cosciente di non dover fare proselitismo e che c’è il rischio di essere messo alla prova. Giovani e adulti mi frequentano perché le loro famiglie hanno conosciuto i Padri Bianchi e le Piccole Sorelle e sanno bene che non hanno mai fatto qualcosa per cambiare la loro fede, anzi li hanno aiutati a essere fedeli alla loro vita di credenti musulmani. L’amicizia è sempre stata vissuta nel rispetto e nell’aiuto reciproco. Mi premuro subito che capiscano bene che possiamo parlare e che posso rispondere alle loro domande, perché è bello conoscere anche gli appartenenti ad altre religioni ed è un arricchimento aprirsi, incontrare, approfondire.
Certo la conversazione e il dialogo devono camminare nel rispetto reciproco e nella prudenza senza pretendere di approfittare di queste situazioni per convincere e mettere in crisi. E sempre dico che non è facile capire bene la profondità delle verità e dei valori di una religione diversa dalla propria. Ma si può anche stare insieme nella convinzione che ci sono dei valori in ognuna ed è possibile comunicarseli.
Le domande sono sempre le stesse: «Voi pregate? Voi credete in un solo Dio? Perché dite Padre, Figlio e Spirito Santo? E Gesù è veramente morto sulla croce e perché? Perché non ti sposi e non hai una famiglia?».
Non è facile rispondere, spiegare, far capire… È necessario creare subito un clima comune di fiducia. Si è spesso su terreni diversi, ma è certo che l’islam ha una grande idea di Isa (Gesù) e di Myriam (mamma di Gesù), l’unica donna chiamata per nome nel Corano.
Mi è piaciuta la frase di una ragazza : «In Internet troviamo tutto, ma è più bello sentire certe cose direttamente da un cristiano». Queste parole le sento in me, vive e profonde. Mi dicono gioia di incontro. Che cosa ha sentito quella ragazza? E io ho la coscienza piena di essere cristiano?

 

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Il fondatore del Pime (anno 1850), padre Angelo Ramazzotti, superiore dei Padri Oblati di Rho e poi vescovo di Pavia e Patriarca di Venezia, ci ha lasciato in eredità un esempio di carità radicale che, a suo dire, l’ha portato alla tomba: «Sono questi poveri, credetelo a me, che mi affannano il respiro, mi distruggono la salute».
Qui a Touggourt non sono arrivato a quel punto, ma mi commuovo sempre quando vedo persone venire dal Sud, che suonano alla mia porta, perché la gente di Touggourt dice loro: «Andate lì!». E indicano l’unica croce visibile, quella sulla cupola della mia chiesa, chiusa al pubblico e affidata a una associazione musulmana.
Come faccio a rispondere a tutte le loro richieste? Per fortuna, padre Alberto mi porta tanti vestiti che gli operai del petrolio di Hassi Messaud lasciano quando rientrano in Italia. A volte do qualcosa da mangiare, ma spesso la presenza fraterna, il tempo per ascoltare il loro cammino pieno di dolore, la parola di sensibilità, di preghiera e di fede, sciolgono, in me e in loro, cuore e occhi a lacrime e a un respiro di speranza e di forza. Alcuni, dopo qualche giorno, quando finiscono nelle mani di chi chiede i documenti, riprendono il cammino del ritorno.
Come l’ultimo che vedendo uscire dalla mia casa uno studente di italiano, lo ferma perché gli traduca il documento della polizia scritto in arabo. Documento che gli intima di partire subito, altrimenti ritorna in prigione. Lo studente, leggendo il documento e guardando il suo corpo sfinito, gli dice: «Vado a comprarti il biglietto del bus che ti condurrà a Tamanrasset».
Dopo un po’ torna col biglietto e una bella somma di dinari e lo saluta. Io avevo visto l’africano prima di andare in prigione e ora lo vedevo deciso a tornare a casa. Mentre attendeva il biglietto, leggeva un libretto tutto sgualcito, l’unica cosa che gli era rimasta: Il Vangelo. Poi è partoto col pacchetto che gli avevo preparato.
Sono sicuro che un giorno, l’ultimo, io e l’amico musulmano lo rivedremo e ci dirà: «Avevo fame e mi avete aiutato a tornare a casa».

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Tamanrasset è la città di frontiera dell’Algeria, che accoglie migranti provenienti da vari Paesi africani. Alcuni vi soggiornano per qualche giorno, il tempo di riposarsi dopo la faticosa traversata del deserto, trovare dei connazionali con cui continuare il viaggio o fermarsi per racimolare qualche soldo. Si calcola siano circa 15.000.
Molti di loro arrivano spogliati di tutto da coloro che li hanno caricati durante il viaggio e che li hanno lasciati nel deserto a percorrere a piedi gli ultimi chilometri. Appena arrivati a Tamanrasset, in genere, entrano in una specie di ghetto che all’inizio è un rifugio e poi diventa una prigione, dove il capo è fratello di razza, ha la sua lingua, ma approfitta continuamente della sua fragilità. Parecchi cadono nelle reti della delinquenza, altri riescono a continuare il viaggio.
In questi giorni, ho incontrato il prete, la suora e alcuni migranti che vivono a Tamanrasset. Il prete a Pasqua ha celebrato sette battesimi. La suora continua da anni a incontrali all’ospedale e nei loro quartieri. I migranti coi quali ho parlato mi raccontano che ormai vi risiedono da anni, lavorano e aiutano in vari modi chi arriva bisognoso di tutto.
Quelli che restano, incominciano a organizzarsi e trovano dei veri fratelli, anche nella fede.
E così è nata l’Association des petits débrouillards de la diaspora, di chi ha deciso di cavarsela anche al motto: Solidarité, fraternité, respect. Continuano e adattano alle loro situazioni progetti di microcredito per iniziative di formazione, lavoro e aiuto in caso di malattia, infortunio e perfino di rimpatrio. Anche a loro è giunto ed è vivo il grido di Papa Francesco: «Signore, che ascoltiamo le tue domande : “Adamo dove sei? Dov’è il sangue del tuo fratello?”».

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Spesso mi diverto coi miei amici a dire qualche parola nell’arabo pronunciato alla mia maniera. Così verifico e colgo le reazioni che, oltre a correggermi, mi arricchiscono e mi fanno penetrare nel loro pensiero.
Ad esempio, racconto: «In una notte nera, sopra una pietra nera, cammina una formica nera… e Dio la vede».
Uno mi ha subito suggerito: «E Dio la sente». E ha spiegato: «Come l’uomo sente il rumore del tuono, così Dio sente il camminare della formica». Anche altri amici preferiscono dire: «Dio sente», per sottolineare un rapporto più profondo. Un altro: «E Dio la conosce… perché Dio sa tutto della nostra vita e del creato».
Un professore mi ha anche ricordato una poesia persiana sulla formica. per dire lo spirito dell’islam tollerante verso i credenti di altre religioni: «Non disturbare la formica che trasporta il chicco di grano; dal momento che anche lei è un essere vivente, e la vita è dolce per tutti».
«C’è una storia che Sayyidina Jalaluddin Rumi racconta di una formica che sta strisciando sul tappeto in una moschea, e la formica si lamenta con Dio dicendo: “Che cosa è questo , questi dossi e colori strani e disegni, questo deve essere stato creato proprio come un percorso ad ostacoli senza senso, ciò che una cosa futile di aver fatto”. Ma naturalmente chi ha realizzato il tappeto, guardando dall’alto può vedere i disegni e il loro scopo, e può vedere che il tutto è perfetto ed è un bene. Allah è spesso così. Spesso non riusciamo a dare un senso alla disgrazia perché siamo a due dimensioni, siamo al livello del suolo, non possiamo vedere cosa significa tutto questo, ma il khalifa di Allah subhanahu wa’tala dice che, pur non vedendo, sappiamo che anche questa è una manifestazione della volontà di Allah che è sempre buona, perfetta e bella». Shaykh Abdal Hakim Murad
Leggete anche questa: «Osservate questa formica, con quel corpicino piccolo e gracile, talmente piccola che a stento la vediamo; con ciò la comprensione della complicatezza del suo essere è impossibile. Cammina sulla terra e raccoglie ciò che gli spetta; raccoglie i chicchi e li porta nella sua tana; raccoglie di estate per l’inverno e nei giorni di abbondanza per i giorni di carestia. Trova quello che vuole e il suo cibo è stato determinato. Dio non ignora mai nemmeno la formica, anche se essa si trovi nel cuore di una pietra o sulla parete di un burrone. Come mangia, come digerisce, come sono i suoi occhi, come sente, basta pensare a ciò per rimanere sbalorditi e comprendere di essere impotenti di scoprire tutto. Ma allora è grande ed elevato il Signore che ha permesso che la formica possa camminare sui suoi gracili arti. Se percorrerai fino alla fine tutte le vie del pensiero e della scienza, alla fine tutte ti diranno che la creazione di grande e piccolo, pesante e leggero, forte e debole, per Dio è la stessa cosa e nulla dinanzi alla sua potenza».
Mi diverto e gioisco quando il pensiero profondo è lo stesso.

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Carissimi, nella Settimana e Santa, accompagniamo Gesù nella sua passione e verso la sua e nostra Risurrezione. Solidari anche di Gesù che vive nei poveri.
Durante l’anno 2013-2014, abbiamo riletto la nostra presenza in Algeria come discepoli di Gesù e Gesù ci ha invitato a rivederlo nei poveri. Gesù sentiva compassione profonda per la povertà e l’ingiustizia che trasformavano gli esseri umani in esseri anonimi senza nome e passato. Come sono oggi i migranti chiamati “senza documenti” o “clandestini”. La realtà dei poveri ci rivela le linee di frattura, quelle della società e quelle della Chiesa. Siamo chiamati a essere attenti alle chiamate profonde delle persone e a rivedere, ripensare e riorientare le attività abituali della Chiesa.
Papa Francesco ci chiama a un cammino di conversione evangelica. Il servizio presso gli emarginati apre il cuore alla scoperta sempre nuova di Gesù nei poveri, nei piccoli, quelli che mettono la loro fiducia nel Dio unico in Gesù e che formano il popolo delle Beatitudini. Accostando i poveri, le forme di servizio diventano sempre nuove e ci domandiamo come allargare lo spazio della loro presenza nella nostra vita personale e collettiva (comunitaria, parrocchiale, diocesana).
Oggi nella nostra Chiesa ci accorgiamo di novità importanti di presenza: migranti, studenti sub-sahariani, cristiani algerini, operai stranieri, prigionieri.
Ognuno di noi è chiamato a spostarsi, ad avvicinarsi interiormente per meglio “conoscere l’altro” e “meglio capirlo”. Nella Chiesa non ci sono “stranieri”, né “ospiti di passaggio”. Non c’è chi è al centro e chi è in parte, ma siamo, come dice San Paolo: «concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio» (Ep 2, 19). Dobbiamo trovare il nostro posto accanto a loro e raccogliere la saggezza preziosa di chi vive in margine. Essi possono insegnarci ciò che hanno imparato per vivere e sopravvivere: esilio, creatività, solidarietà, energia di resistenza e gioia di vivere.
I migranti riconoscono l’amore della Chiesa per raggiungerli, accoglierli, visitarli anche in prigione. Anche gli operai stranieri vivono una vita difficile, per molti una vita come celibi. Anche nelle loro autostrade in costruzione, officine, basi nel deserto… passa Gesù.
Numerose famiglie povere e… ammalati, handicappati, bambini, anziani, sono i soggetti di visite, accompagnamento e cure, assieme ai soci attivi delle associazioni dell’Algeria e a persone di fede diversa. Avviene un dono, un’accoglienza reciproca. Non si dona solamente, ma anche si riceve. Insieme, gli uni e gli altri, ci umanizziamo facendo questo mondo più umano.
Auguri carissimi, vicini tra noi e vicini ai nostri poveri.

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Nel libro “L’hospitalité divine” di Fadi Daou, prete maronita, e Nayla Tabbara, musulmana sunnita, professoressa di scienze religiose e islamiche, leggo questa pagina scritta da Nayla: «L’esperienza religiosa… l’altro la vive nel suo cuore. Se riconosci questo, allora senti che qualcosa della sua religione tocca… interessa anche il tuo cuore. Se le religioni presentano ognuna un proprio modo di riconoscere Dio, le differenze non sono opposizioni ma complementarietà. È prendere coscienza che Dio lavora non strettamente nel terreno di una sola religione e che è più grande. L’Emiro Abdel Kader ha lasciato scritto: “Se pensi e credi solo quello che dicono le genti della sunna (la pratica islamica), sappi che è vero quello e qualcosa d’altro. Se pensi e credi che Egli è colui che professano e credono tutte le scuole dell’islam, Egli è così e altro che così. Se pensi che Egli è quello che credono le diverse comunità – musulmani, cristiani, ebrei, mazdeeni, politeisti e altri… Egli è così e altro di così. Alcune delle sue creature non l’adorano sotto tutti i suoi aspetti; nessuno l’ignora sotto tutti i suoi aspetti. […] Dio è vasto e onnisciente ( Al Baqara 2:247 ), ingloba le credenze di tutte le creature, tutto come la sua misericordia abbraccia tutte le sue creature… È adorato da ogni creatura da un certo punto di vista, è conosciuto da tutte le creature da un certo punto di vista. È ignorato da tutte le creature da un certo punto di vista”».
È meravigliosa questa apertura di riflessioni e questa stima delle diverse religioni anche da parte di alcuni musulmani.
Riprendo una testimonianza del cardinale Carlo Maria Martini: «Gli accenti di fede e di profonda umanità, ampiamente diffusi nei testi sacri delle religioni del mondo, possono farci pensare a quel “libro dei popoli” di cui parla la Bibbia (cfr. Salmo 87,6): un libro celeste, nel quale Dio stesso scrive, ma le cui pagine trovano riferimento anche nei libri dei popoli del mondo».

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Era ed è una cosa meravigliosa avere un luogo di preghiera riconosciuto ad Hassi Messaud (Algeria), città del petrolio e del gas. I cristiani stranieri, fino a qualche mese fa, potevano partecipare all’Eucaristia, il venerdì pomeriggio e la domenica mattina, nella cappella di Nostra Signora delle Sabbie, dove abitano padre Alberto e tre missionarie dell’Immacolata.
Quando arrivai a Touggourt, nel 2006, mi recavo ad Hassi Messaud e ogni venerdì arrivava un bel gruppo di italiani con qualche francese, americano, egiziano copto. A Natale e a Pasqua un piccolo aereo mi portava in qualche base, in pieno deserto, dove si potevano celebrare le grandi feste.
Nella preghiera di quegli operai coglievo la loro gioia accanto alle preoccupazioni di famiglia e le insicurezze del lavoro e dell’ambiente. Nella cappella di Hassi Messaud c’è anche una statuetta della Madonna donata da un operaio miracolato.
Ora non è più così. Dopo l’attentato di Ain Amenas, dove morirono trenta operai stranieri e trenta algerini, e dopo l’uccisione di un francese nella Kabilia, le compagnie straniere non permettono più ai loro operai di uscire senza scorta della polizia.
Ora padre Alberto e le tre suore celebrano senza vedere arrivare gli operai stranieri. Padre Alberto li raggiunge nelle loro basi, pranzando con loro, inviando per posta elettronica il Vangelo della domenica con un commento e mantenendo qualche relazione personale, sempre via Internet. Chiusi nelle loro basi, alcuni leggono il Vangelo e pregano in attesa di tempi migliori.
Cari amici, non so se vi rendete conto di che cosa sia la Messa per un cristiano che vive all’estero. Quando partecipiamo alle nostre Messe, ricordiamoci anche di loro.

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