Islam e libertà di culto. È possibile?

Secondo quanto riferisce l’Agenzia Fides, Dar al Ifta al Misryah, l’organismo presieduto dal gran Mufti d’Egitto, ha stabilito che secondo i precetti coranici è legittimo per i cristiani costruire chiese nei paesi di tradizione islamica. Aggiunge che l’Islam sostiene le leggi civili basate sul principio di eguaglianza tra i cittadini e che lo stesso profeta Maometto si era mostrato favorevole al principio di “reciprocità” tra stati di diversa identità religiosa. Altra novità è che un musulmano non deve avere nessuna esitazione a porgere le proprie felicitazioni in occasione delle loro feste religiose. Ciò contribuirà ad alimentare la convivenza reciproca tra le diverse componenti della società. Questo è il contrario del comportamento di alcuni predicatori salafiti e sceicchi, in alcune parti del mondo, che continuano a ingiungere proibizioni e sentimenti di disprezzo.  Dar al Ifta al Misryah punta da tempo a confermare le iniziative  delle istituzioni ufficiali dell’Islam sunnita egiziano, in primo luogo l’Università di al Azhar, che contrastano la diffusione di dottrine estremiste e di strumentalizzazioni del Corano in chiave jihahista.

Il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi durante la sua partecipazione alla messa di Natale nella cattedrale copta ortodossa ha annunciato di voler inaugurare entro il 2018 la chiesa copta più grande d’Egitto.

Padre Jihad, Siria: «Scegliere a ogni alba di restare»

Chiara Pellegrino ha pubblicato nella rivista Oasis un’intervista a padre Jihad Youssef del monastero di Mar Moussa in Siria dal quale fu rapito il gesuita padre Paolo Dall’Oglio e il padre Jacques Mourad, intervistato, dopo la sua liberazione, da “Mondo e Missione”.

Ecco cosa dice padre Jihad: «Ormai non ci sono più visitatori, noi monaci dormiamo in città e andiamo a trovare gli sfollati nelle città vicine di Nebek e Homs. Nel dicembre 2013 i militanti di Jabhat al-Nusra hanno assediato per 25 giorni la città di Nebek, a pochi chilometri da Mar Musa. Ci siamo sentiti soffocare, per tutto il periodo in cui la città era bombardata siamo stati chiusi nel monastero. Poco prima di Natale la battaglia è finita, noi allora siamo scesi in città e abbiamo scoperto che il quartiere cristiano era praticamente distrutto. Con l’aiuto di tre organizzazioni cattoliche europee abbiamo lavorato a un progetto di restauro e ricostruzione e in pochi mesi abbiamo restaurato 63 case di cristiani e cinque case di famiglie musulmane povere.

Ci siamo sempre chiesti se rimanere o partire. Ci siamo chiesti perché accadeva tutto questo. Perché Dio rimane silenzioso davanti a un popolo che si uccide? Non è stato facile, a ogni alba abbiamo dovuto decidere se credere oppure no. Abbiamo scelto di credere, ogni giorno. Abbiamo scelto di andare al di là del silenzio di Dio.

Noi stiamo lavorando per aiutare chi vuole partire ad andarsene e chi vuole restare a rimanere. I ricchi o i privilegiati, come noi monaci, sono già scappati o possono andar via quando vogliono, ma la povera gente è condannata a rimanere. In Siria restano solo i cristiani convinti, che sanno di avere una missione, anzi che sono una missione, perché ogni battezzato lo è.

L’Isis distrugge i nostri monasteri ma anche le moschee e le tombe dei santi musulmani. I loro militanti rapiscono e uccidono i nostri confratelli, ma hanno anche sgozzato migliaia di musulmani sunniti come loro. Certo noi cristiani siamo molto più fragili perché siamo un piccolo gregge.

Dobbiamo pregare molto per l’unità dei musulmani, che sono più divisi di noi cristiani. Nella loro unità c’è il bene per loro e per noi.

I profughi arrivano, e voi non potete impedirlo né costruire muri. Se li accogliete con dignità, forse un giorno saranno buoni cittadini; altrimenti saranno cattivi cittadini, saranno un cancro. Penso che anche voi dovreste impegnarvi nel dialogo. I musulmani ce li avete sotto casa, i vostri figli vanno a scuola con bambini musulmani, abbiate il coraggio di bussare alla porta del vostro vicino musulmano, portare lì Cristo con la vostra semplice presenza.

Quando finirà la guerra si potrà ricostruire il tessuto sociale e restaurare la fiducia tra cristiani e musulmani se ciascuno si impegna nella sua fede. Io, da cristiano, mi impegno a vivere il Vangelo. Il Vangelo ricostruisce, e se ricostruisco in me forse riuscirò a ricostruire nell’altro. Ma per fortuna anche il buon esempio rimane. Durante l’assedio a Nebek, i cristiani temevano che le loro donne sarebbero state prese in bottino e gli uomini fatti schiavi. I vicini musulmani si sono offerti di accogliere le ragazze cristiane nelle loro case spacciandole per loro figlie, sottraendole così ai militanti di Jabhat al-Nusra.

Quanto a noi monaci, viviamo tra la Siria e l’Europa per coltivare lo studio. Quando finirà la guerra la Siria avrà bisogno di persone ben formate che possano predicare il Vangelo dell’amicizia, dell’armonia e del dialogo, per superare divisioni e odio».

 

 

La “primavera araba” di Milano

Ho letto su “Repubblica” del 31 dicembre 2016 questo annuncio interessante e ho scelto alcuni commenti (i più seri) che rivelano riflessioni utili al proseguimento di un dibattito. Come pensano alcuni italiani e alcuni immigrati integrati.

«Sono giovani, di origine egiziana, ma nati in Italia: studenti, ingegneri, farmacisti, musulmani, copti, atei. Vogliono abbattere gli stereotipi, affermare il loro diritto a una cittadinanza piena e virtuosa. Non si sentono rappresentati dalle associazioni arabe che operano sul territorio. Vogliono metterci la faccia per realizzare un sogno: la primavera araba di Milano. Ecco i ragazzi di Italeya, scesi in strada in largo Cairoli per dare voce al loro messaggio di pace. Hanno chiesto a milanesi e turisti di scattare una foto insieme a loro in segno di condivisione e realizzato un video con l’agenzia Metamorfosis Pro per raccontare chi sono e cosa vogliono». (Francesco Gilioli e Antonio Nasso)

Alcuni commenti

«Dobbiamo  sostenerli questi ragazzi sono un esempio ma troppo ridotto perciò dovrebbero entrare in un partito e lottare per la laicità e la vera integrazione, belle storie e bei volti aperti. Rispetto agli imam che vediamo in tv, donne velate che vogliono burkini e piscine separate, usi tribali, questi danno speranza ma sono minoranza». ragazza della video dice : ” nel nostro paese ” . Forse

«L’integrazione è soprattutto una questione individuale. I ragazzi di questo servizio sono italiani in tutto e per tutto. Non è una sfumatura della pelle che fa la cittadinanza».

«Meno male che arriva un po’ di giovane forza lavoro, ne abbiamo un bisogno disperato».

«Il problema è che la gente più istruita, quella che vuole un futuro, possibilmente migliore di quello che ha al momento, va nel Nord Europa. Qui ci rimane la manovalanza e chi vuole delinquere, perché qui ognuno può fare quello che vuole, e questo l’hanno sicuramente imparato dagli italiani, che siamo noi».

«C’è poco da essere razzisti, scoppia una bomba, arriva un tir, e chi è che dirige l’azione? Un musulmano. È questo che fa diventare razzisti».

«Milioni di italiani migranti all’estero da decenni o forse più, mantengano a tutt’oggi ben salde le proprie origini. Ma non solo, e l’esempio degli Stati Uniti è calzante con quelle sue famiglie o clan, e dimostra che non c’è stata nessuna intenzione di integrazione. Anzi, hanno portato il peggio delle loro origini».

«Puoi anche avere ragione, ma in una folla di 100 persone uno con la pistola che spara (per dire: è un’iperbole) si nota assai più degli altri 99 che conducono la loro vita tranquilla e normale. È questo il vero problema. I fanatici, gli esagitati, i delinquenti, purtroppo fanno “rumore” più degli altri, e questo può stravolgere la percezione di certi eventi».

«Gli amici del liceo di origine mediorientale e africana di mio figlio aderiscono a tanti stili diversi, molto diversi da quel cliché tutto “madrassa e casa” che invece si nota per le strade: quelle ragazze non fanno parte del tuo immaginario di “ragazza araba” perché NON LE NOTERESTI nemmeno.

Ciao Paolo, io ho origine marocchina ma sono cresciuto a bologna e sono italiano da 8 anni. Vivo in Giordania ma torno regolarmente nel belpaese perché questa è casa. Di ragazzi come me ce ne sono tanti e ce ne saranno sempre di più se ci saranno politiche di integrazione intelligenti nelle scuole e nella società più in generale. Ma anche un tono piu conciliante e meno giudicante da parte dei nostri concittadini potrebbe aiutare. Il fenomeno dell’immigrazione e dell’integrazione in una cultura nuova è una sfida complessissima soprattutto se si arriva da realtà così diverse (vada a chiedere agli italiani che se ne sono andati all’estero). Ci vuole pazienza, impegno da parte di tutti perché tutti ne traiamo benefici (migliori condizioni di vita per chi arriva e figli, contributi e giovane forza lavoro per le società di arrivo). Speriamo in un futuro plurale e più ricco. Ciao e buone feste».

«Tutto giusto e tutto credibile quello che dicono questi ragazzi, ma quanti sono così? Questo campione quant’è rappresentativo di tutta la comunità araba a Milano e nel resto d’Italia? Questo è il dubbio, e se per ognuno di questi poi scopriamo che ce ne sono cento che non accettano l’occidente e vorrebbero vivere solo secondo le leggi arabo/islamiche, non ci siamo ancora. Non si può quindi fare di tutt’erba, un fascio».

 

 

 

Sveglia missionaria

Don Silvano Perissinotto, direttore dell’ufficio missionario di Treviso, reduce da una visita ai missionari originari di Treviso in Perù e Brasile, scrive una lettera natalizia alle amiche e agli amici del mondo missionario.

Vorrei ripresentare ai miei amici alcune frasi di don Silvano perché riproducano anche in voi quello che hanno prodotto in me. Non è il solito invito a interessarsi alle missioni, ma un forte squillo a risvegliarci dal senso di sfiducia, mancanza di entusiasmo, volontà di agire. Certamente va rinnovato lo spirito missionario, ma quale? Crediamo o non crediamo che lo Spirito missionario, quello della Trinità, è ancora attivo? È la carta vincente della Chiesa! Per la vita, per la pace, per la gioia! Sottolineo l’importanza dei fidei donum, nuclei familiari compresi, sogno di don Franco Marton!

«In questo momento un ricordo e una preghiera del tutto speciali vanno a quanti di voi si trovano a vivere in Medio Oriente, in Nord Africa e in modo particolare nella martoriata Siria. Sì, aiutateci a non dimenticare gli “estremi confini della terra”, orizzonte di vita cristiana che noi, presi dalle tante cose da fare, dal calo sempre più preoccupante di sacerdoti e seminaristi, e dal lavoro importante della riorganizzazione delle nostre parrocchie e comunità cristiane, rischiamo di dimenticare.

Sì, noi abbiamo bisogno di questo scambio, altrimenti rischiamo di pensare che il mondo sia solo quello organizzato attorno ai nostri campanili, senza chiederci come vada il resto del pianeta.

Le periferie di Lima e di San Paolo! Come non pensare al linguaggio e alle frasi di Papa Francesco, quando ci aiuta e ci esorta ad essere Chiesa in uscita verso le periferie geografiche ed esistenziali del mondo?

La “periferia delle periferie” ci aiuta a mantenere lo sguardo aperto sul mondo e a leggere i problemi non solo a partire da noi; le emigrazioni spesso non sono il frutto di una scelta “libera” delle persone, ma della strategia economica delle multinazionali e dei governi conniventi che rubano la terra alla gente.

L’annuncio del Vangelo va fatto sempre da persona a persona, amando anche le estreme periferie che rischiano di essere abbandonate e dimenticate dal resto del mondo.

Speriamo che la Veglia Missionaria diventi sempre più il braccio accogliente di una chiesa che riconosce tutte le “partenze ad gentes” che avvengono nelle nostre comunità.

È stato interessante notare la presenza di molti nuclei familiari che hanno fatto o si preparano a fare un’esperienza in missione».

Uniti accanto al Bambino Gesù, “Allah ighbel”

Mi scrive Suor F. da Tamanrasset, città di confine tra Algeria e Niger, dove Charles De Foucauld fu ucciso 100 anni fa: «Durante il ramadan ero ospite ogni sera di famiglie amiche. Al momento della preghiera facevano la loro preghiera e io la mia. Poi dicevo: “Allah ighbel” (Dio accolga la tua preghiera) e loro mi rispondevano “Allah ighbel“! Mi sentivo nutrita di pane e della fede degli altri. Spesso telefono a un amico scout musulmano che mi aveva regalato il suo foulard e mi dice: “Ci siamo conosciuti grazie all’amore di Dio. Per questo l’amicizia dura. Non c’è altro tra noi”. Altre perle di vita nel mio quotidiano mi dicono che in ciascuno di noi, anche senza saperlo, vive una parte di colui che ci abita. Lo Spirito non è proprietà esclusiva di nessuna religione. Lavora tutte le culture. Incontro nel mio lavoro persone di razze e categorie diverse e spesso do loro la possibilità di incontrarsi, parlarsi, di essere vicine tra loro: medici e malati, operai e padroni… Ci sediamo tutti assieme per mangiare, migranti, arabi, touareg, ciadiani e io, straniera. Vedo gente che arriva dopo il duro passaggio nel deserto, gente sfruttata, disprezzata, rapita, obbligata ai peggiori lavori, scappata da Boko Haram, attaccata col coltello alla gola… Sopravvive. Ci chiediamo: “Perché questo?”. Negli incontri intensi esco sempre incoraggiata dalla loro forza di soffrire, aiutandosi, amandosi. Altra perla: Un prigioniero mi dice : “La guardia che ti lascia venire con noi, non ci fa mai sentire che siamo dei prigionieri”».

Cari amici, Buon Natale! Vedete che sono ancora unito agli algerini come quando, vivendo lontano, ero sempre unito a voi. A gennaio terminerò a Roma il mio tempo di “aggiornamento”. Sono ancora in attesa di “lavoro”. Uniti accanto al Bambino Gesù. “Allah ighbel!”.

Con le Missionarie dell’Immacolata, la gioia di annunciare il Vangelo

L’8 dicembre 2016, festa dell’Immacolata, padre Ferruccio Brambillasca, Superiore Generale del Pime, concelebra a Torre Gaia, con nove confratelli, la festa degli 80 anni di fondazione dell’Istituto delle Missionarie dell’Immacolata. Si festeggiano anche gli anniversari di vita religiosa delle Suore Ausilia Redaelli (60), Madre Rosilia (50), Fabiana Valenti (50) e Antonella Tovaglieri (25).

Momento di gioia, dice padre Ferruccio, celebrare con Maria quanto ha fatto il Signore nella Congregazione e attraverso la vita missionaria di tante Sorelle in molte parti del mondo. La presenza del Superiore Generale, accompagnato da un buon numero di missionari del Pime, è un segno di una fratellanza vissuta con la stessa passione missionaria e di un cammino che si desidera continui come aiuto, scambio, collaborazione e comunione.

Padre Ferruccio ha ricordato lo spirito dei fondatori della Congregazione e ha espresso anche con emozione l’“esperienza” che sta vivendo di un Istituto che ha bisogno di mantenere forte la disponibilità a partire degli inizi e a vivere la missione ovunque sia necessario, mantenendo tale disponibilità ancora gioiosa dello spirito evangelico.

In questo era unito allo stesso pensiero della Superiora Generale Madre Rosilia, espresso in una intervista a “Mondo e Missione”.

La festa è stata allietata dalla consegna di doni alle quattro giubilanti, da canti e danze meravigliose. Il tutto condito anche col gusto di cibi e bevande prelibati e con la gioia di ritrovare e stare ancora un po’ insieme con persone che hanno condiviso la vita missionaria.

Bello il canto finale…

Apri come il Pellicano le tue ali all’infinito

Come in croce nell’abbraccio che si allarga sul creato.

Lascia come il Pellicano che il tuo cuore sia squarciato

Nella sua la tua ferita sia sorgente della vita.

L’attualità di Charles de Foucauld

In questo centenario della morte del Beato Charles de Foucauld, è aumentato l’interesse per questo “monaco missionario”. Il vescovo di Ghardaïa (Algeria), mons. Claude Rault, risponde così alla giornalista Anne-Bénédicte Hoffner che gli ha chiesto perché de Foucauld è ancora così attuale: «Per la sua libertà interiore e per il suo desiderio di andare verso l’altro. La sua libertà lo guidò in tutte le tappe della sua vita. Anzitutto nel tempo della ricerca nei suoi viaggi in Marocco poi, dopo la sua conversione, quando cercò di farsi monaco trappista e quando fece un lungo soggiorno a Nazareth e a Gerusalemme. Questo momento lo possiamo considerare la “traversata del deserto”. Finalmente, poi, quando si stabilizzò veramente nel deserto in Algeria a Beni Abbes e a Tamanrasset, e là vi trovò la sua via. Le sue lettere lasciano trasparire il suo grande senso di discernimento, di dialogo continuo con se stesso e col Vangelo. Chiedeva consiglio, ma in realtà sapeva che doveva sempre decidere verso mete le più lontane ogni volta che si sentiva chiamato a prendere il largo».

Le sue lettere mostrano anche situazioni profonde molto diverse: aspirazioni insoddisfatte, fino a Nazareth, e gioia e tranquillità quando si fa “monaco missionario” in Algeria”.

Ma chi è il vero Charles de Foucauld?  A volte è una persona “inquadrata” e a volte liberissimo, per poi addolcirsi con il passare degli anni e degli avvenimenti.

Amo molto questo passo di una sua lettera quando racconta che se non ha il tempo di pregare l’Ufficio, prega col Rosario e se non ha il tempo di pregare col Rosario, pensa al buon Dio… Questo Gesù di Nazareth è diventato la sua colonna vertebrale. Certamente non ha preso il controllo totale della sua vita. Per esempio, in alcune circostanze, circa  il suo rapporto con la violenza armata, come si vede in alcune sue lettere durante la guerra 1914-1918. Ne è stato forse vittima? Ma in quello che Charles non ha compiuto nella sua opera, per noi oggi c’è una bella sfida.

Dal 1907 fino alla sua morte, arrivava a lavorare spesso undici ore al giorno sul suo dizionario della lingua touareg! Si era attaccato con energia fantastica all’umanità del luogo dove viveva, a quelle famiglie che si erano sedentarizzate a Tamanrasset. Questa parte della sua vita resta attuale: siamo noi capaci di amare e di capire il nostro mondo in mezzo al quale viviamo?

Charles de Foucauld aveva capito presto che non poteva, che non doveva proclamare il Vangelo sui tetti, ma piuttosto vivere quello che chiamava “l’apostolato della bontà”, facendolo sprizzare con tutta la sua vita. Noi oggi ci situiamo nello stesso spirito: nella nostra diocesi del Sahara algerino, contiamo 65 membri permanenti di 18 nazionalità e un centinaio di fedeli in mezzo a 4 milioni di musulmani. O noi scuotiamo la polvere dai nostri sandali, oppure vi restiamo per fedeltà a Cristo che ama ogni persona. Crediamo che Cristo abbia qualcosa da dire a questo mondo attraverso la nostra vita, con la sorpresa di vedere che attraverso questi musulmani è ancora lui che viene ad incontrarci.

Cari amici, sentendomi ormai fuori dell’Algeria e lontano dai miei amici musulmani, vi chiedo di starmi vicino con la preghiera offrendo il mio oggi quotidiano. Vi assicuro che prego per voi perché cresca anche in voi l’attenzione e la bontà verso gli stranieri a voi vicini.

 

Il Pime dentro la Chiesa diocesana

Il 25 novembre 2016, Papa Francesco ai partecipanti alla 88a Assemblea generale dell’Unione Superiori Generali (USG) ha ribadito che «i religiosi si sentano appieno dentro la Chiesa diocesana ed è importante condividere la spiritualità dei fondatori con il clero diocesano come fonte di arricchimento spirituale per tutti».

È un dovere che ci viene ricordato e domandato avendo noi del Pime un fondatore come il Servo di Dio Angelo Ramazzotti che unì “missionarietà” e “diocesaneità”, e che trasmise anzitutto a noi del Pime questa caratteristica vitale per la Chiesa e che volle anche per i sacerdoti diocesani.

Nato il 3 agosto 1800 a Milano, avvocato nel 1823, ordinato sacerdote nel 1829 e Superiore degli Oblati di Rho, vescovo a Pavia il 30 giugno 1850, fondatore del Seminario per le Missioni Estere il 30 luglio 1850, Patriarca di Venezia nel 1858, organizza la prima spedizione delle Suore della carità (Suore di Maria Bambina) in Bengala e delle suore Figlie della Carità (Canossiane) a Hong Kong. Muore il 24 settembre 1861, tre giorni prima di poter ricevere la berretta cardinalizia dalle mani del Beato Pio IX.

Nella sua prima lettera pastorale alla Diocesi di Pavia, tra i tanti argomenti trattati, ecco la sua particolare attenzione agli operatori della carità e ai poveri: «O voi adunque che desiderate davvero che tanti orfani abbandonati trovino un padre, che tanti poveri genitori possano dire ogni giorno ai propri figli: Eccovi anche per oggi un po’ di pane; e voi principalmente, o poveri di Gesù Cristo, o cari poveri, che tanto potete sul cuore di Dio, pregate il Padre comune… che non lasci giammai venir meno tra noi lo spirito della cristiana Religione, alla quale sola dobbiamo grazie se trionfa tra noi la Beneficienza e la carità».

«Grande anima di sacerdote perfetto, di apostolo evangelico, di prelato insigne della Chiesa di Dio». Con queste parole il patriarca cardinale Angelo Roncalli (San Giovanni XXIII) definiva il Servo di Dio Angelo Ramazzotti, suo predecessore nella cattedra di San Marco a Venezia, delineando il profilo spirituale di un pastore profondamente radicato nel suo popolo e generosamente aperto al mondo.

Tutta la famiglia del Pime, missionari, parenti, associazione Padrini e Madrine, e amici “pimini” dichiarati e anonimi, tutti siamo invitati a cogliere questa nuova responsabilità missionaria.

Lutero oggi

Il cardinale Walter Kasper, presidente emerito del Consiglio pontificale per la promozione dell’unità dei cristiani, ha presentato il “finale” del dialogo tra cattolici e protestanti come una “polifonia”, «una comunione delle differenze riconciliate» su «una base comune della Parole di Dio».

Si era tenuto un concerto il 16 novembre 2016 a Trento nel contesto di un incontro ecumenico per i 500 anni della Riforma. Organizzato dall’ufficio dell’ecumenismo della Conferenza episcopale italiana (Cei) in collaborazione con la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia ed era avvenuto nella Chiesa di Santa Maria Maggiore che all’epoca del Concilio di Trento era stata la sede delle discussioni Teologiche che poi hanno portato alla divisione delle Chiese.

Noi abbiamo fatto passi importanti, continua il cardinale seguendo la metafora musicale, anche se «la cacofonia del passato non può essere trasformata in una sinfonia armoniosa. La ricerca teologica e il dialogo ecumenico hanno segnato una “svolta nella comprensione della figura di Lutero». «Diabolizzato per secoli, Lutero è ora considerato come un “uomo religioso”, un “testimone” di Cristo che non voleva costruire una Chiesa riformata, ma voleva cominciare una riforma, un rinnovamento evangelico di tutta la Chiesa. Oggi parliamo di una nuova evangelizzazione».

Il cammino difficile dei cristiani può oggi diventare migliore col nuovo sguardo di “Ogni Altro”, che Dio può darci accogliendo divergenze e somiglianze.

 

Ricordando don Mario Bortoletto

La diocesi di Ebolowa (Camerun) ha aperto la causa di beatificazione di don Mario Bortoletto, fidei donum della diocesi di Treviso, poi associato al Pime.

Mi commuovo perché don Mario è come un fratello, avendo condiviso tanto cammino missionario con lui e con la sua famiglia. Ora lo vedo ancora più vicino a tanti amici fedeli al Vangelo e che daranno lode a Dio per i doni dati a lui e ai quali aveva corrisposto. Desidero che tanti amici possano unirsi a quanti l’hanno conosciuto per godere della gioia profonda che ci dà Dio col suo amore di santità.

Quel mattino del 9 marzo 2009 nacque questa “Cartolina a don Mario Bortoletto” dal deserto dell’Algeria dove ormai mi trovavo.

«Caro don Mario, questa mattina sei andato in Paradiso. Sei stato il mio maestro durante le camminate nella foresta del Sud del Camerun per raggiungere i villaggi lontani. I primi tempi provavo invidia vedendoti l’idolo della gente, poi l’ho superata, sentendomi anch’io tanto amato. Penso che sei stato il più amato dei (e dai) missionari e ora tanto pianto, soprattutto dai tuoi ragazzi, diventati preti.  Non sapevi dire di no, soprattutto quando anche i più piccoli gruppi dei nuovi cristiani, ti chiedevano una cappella per poter pregare insieme. Quante ne hai costruite? Ora passi il tempo a visitarle, e a far sentire il tuo affetto. Non so se mi hai ascoltato quando ti ho chiesto di scrivere, racconti, proverbi, riti, perché eri come uno di loro e ne sapevi ormai più di loro. Ricordi quando ci hanno presentato gli spaghetti dentro una bottiglia di Pedro?

Continua Mario ad incontrare, a camminare, a stare insieme ai tuoi amici africani, col tuo tono da ragazzo allegro e scherzoso. Ci deve essere festa in Cielo, con tanto melamba (vino di canna da zucchero) e danze che non finiscono mai. E quando giocheremo a carte, ricordati che gli assi sono quattro e non di più. Ciao, sempre uniti anche nella preghiera. Arrivederci!».