Eccovi una gioia natalizia per chi spera nel rispetto reciproco.
Un amico mi porta un articolo scritto da Idriss Jazairi, ambasciatore in pensione, et Jean Paul Vesco, attuale vescovo di Oran. È una pagina intera del giornale “El Watan” dell’8 dicembre 2014, contenente le riflessioni dei partecipanti all’incontro islamo-cristiano svoltosi in Vaticano dal 2 al 4 dicembre scorso. Vi hanno partecipato una delegazione cattolica, due delegazioni musulmane, sunnita e schiita e una delegazione anglicana. Alla base di tale incontro c’erano queste domande:
quali elementi delle nostre tradizioni religiose possono prevenire conflitti nelle nostre società nel rispetto dell’ “Altro”?; come possono le tradizioni religiose interagire coi governi e la società civile per togliere ostacoli e incomprensioni nei confronti dell’ “Altro”?; come sensibilizzare le società ricorrendo alle tradizioni religiose per una cultura di pace?
Ogni delegazione ha fatto proposte interessanti. Ne presento una: accompagnare i giovani a sviluppare il sentimento di benessere e di fraternità, facendo conoscere le migliori pratiche di educazione inter-religiosa e programmi di condivisione di esperienze a tutti i livelli.
Un punto forte è stato quello di non attribuire alla religione, qualunque sia, l’atto di violenza o di terrorismo.
Per quanto riguarda l’Algeria, si è ricordato che questo Paese è stato vittima almeno due volte della manipolazione della religione a suo danno: quando la religione cristiana è stata strumentalizzata nel quadro della conquista e sottomissione coloniale e quando durante il “decennio nero”, l’islam è stato manipolato per legittimare i crimini contro algerini innocenti.
L’impegno è quindi di dissociare le violenze coloniali o terroriste dalle tradizioni religiose autentiche. Se vi sono stati ricorsi alla violenza, questi non vanno attribuiti alle religioni cristiana o islamica.
Va ricordato l’esempio storico dell’emiro Abdelkader. Gli avevano chiesto: Come mai il 9 luglio 1860, rischiando la tua vita, hai salvato 12.000 cristiani di Damasco, mentre per 17 anni hai lottato contro i cristiani che avevano messo il Paese nel sangue? Rispose che aveva fatto guerra contro i francesi non perché erano cristiani ma perché avevano invaso il Paese.
L’articolo termina con l’invito a non strumentalizzare la religione per i propri interessi, ma piuttosto ad ascoltare quanto diceva l’emiro Abdelkader: Se i cristiani e i musulmani mi ascoltassero, metterei termine alle loro divergenze e diventerebbero fratelli all’esterno e all’interno».

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Dovendo talvolta accettare la scorta per motivi di sicurezza, vi dico che non è una situazione piacevole anche se capisco i motivi e riconosco il buon comportamento di chi mi accompagna. Figlio di un agente di custodia, ricordo che mio padre viveva sempre nella paura che qualcosa scoppiasse. Sta di fatto che la vita in molti Paesi come questo richiede misure di sicurezza e grande prudenza. Diverso è per me il momento di tranquillità, quando per strada qualcuno mi invita a salire sul suo carretto trainato da un asino. La polizia allora ferma il traffico e mi dà la precedenza, salutandomi come un generale. A parte la nota allegra, mi piace muovermi in piena libertà e salutare per strada amici e giovani che aiuto nello studio. Mentre quando viaggio tra due macchine della polizia, preferisco restare sconosciuto…In questi giorni di Avvento, in cui le tensioni nel Paese hanno reso di nuovo necessari controlli di sicurezza, mi sono chiesto : «E Gesù? Verrà sotto scorta? Nei nostri presepi lo troveremo scortato da un bue e da un asino. Sappiamo che pur di natura divina, si fece uomo come noi. Come lo accoglieremo? Nella sua semplicità? E saremo semplici per accogliere da lui la purezza di una vita semplice?».
Certo, se il mondo accogliesse Gesù così com’è, la vita sarebbe un’altra. Insieme preghiamo per quanti vivono in situazioni difficili e perché Gesù ci aiuti a rendere più semplice la nostra vita.

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Algeria, Tunisia, Marocco, Egitto, Libia, e… Italia, Spagna, Grecia. Tutti uniti attorno a un tavolo per definire i valori della pace da vivere e da rispettare. Forse a Ippona (Algeria) o a Cartagine (Tunisia). È solo un sogno?
Papa Francesco ha detto a Strasburgo: «La coscienza della propria identità è indispensabile nei rapporti con gli altri Paesi vicini, particolarmente con quelli che si affacciano sul Mediterraneo, molti dei quali soffrono a causa di conflitti interni e per la pressione del fondamentalismo religioso e del terrorismo internazionale». L’Europa può e deve quindi far nascere l’Unione Mediterranea.
Già nell’ottobre del 1958, Giorgio La Pira, all’apertura del Primo Colloquio Mediterraneo, aveva detto: «Ecco la vocazione e la missione che la Provvidenza ha assegnato nel passato, assegna nel presente e, in un certo senso, assegnerà nell’avvenire (se noi le restiamo fedeli) ai popoli e alle nazioni che vivono sulle rive di questo misterioso lago di Tiberiade allargato che è il Mediterraneo.
Questa vocazione o questa missione storica comune consiste nel fatto che i nostri popoli e le nostre nazioni sono portatori di una civiltà che, grazie alla incorruttibilità e alla universalità dei suoi componenti essenziali, costituisce un messaggio di verità, d’ordine e di bene, valido per tutti i tempi, per tutti i popoli e per tutte le nazioni».
E aveva elencato: «1. La componente religiosa della rivelazione divina. Il Tempio, la cattedrale e la moschea costituiscono precisamente l’asse attorno al quale si costruiscono i popoli, le nazioni e le civiltà che coprono l’intero spazio di Abramo. 2. La componente metafisica elaborata dai Greci e dagli Arabi. 3. La componente giuridica e politica elaborata dai romani».
Ancora La Pira: «Come rispondere fedelmente a questa suprema vocazione comune?
La risposta è evidente: la pace, l’amicizia, la solidarietà reciproche fra questi popoli e queste nazioni. La pace, l’amicizia e la solidarietà fra Israele e Ismaele; la pace, l’amicizia e la solidarietà fra i popoli prima colonizzati e quelli prima colonizzatori; la pace, l’amicizia e la solidarietà fra tutte le nazioni cristiane, arabe e la nazione di Israele.
Questa pace del Mediterraneo sarà inoltre come l’inizio e il fondamento della pace fra tutte le nazioni del mondo. Quando questa pace del Mediterraneo sarà fatta e quando sarà fatta la pace fra tutte le nazioni, allora noi potremo ricordarci con gioia i divini messaggi di pace che sono risuonati su queste stesse rive».
Il card Tonini al V Colloquio mediterraneo del 2003 a Palermo disse: «Il Mediterraneo è probabilmente la parte più sapienziale del mondo, e la sua storia scorre in questa direzione».
E il cardinale Angelo Scola: «Parlare del Maghreb, della sua storia cristiana (intrisa di santità e di martirio, oltre che di teologia e di magistero) del suo passato e presente islamico, risulta di scottante attualità di questi tempi in cui avvenimenti politici e toccanti hanno riportato quella terra al centro della nostra attenzione».
Leggo in Internet: Piombino, le acciaierie Lucchini agli algerini di Cevital. Il commissario Nardi: «È l’offerta più vantaggiosa per creditori e lavoratori». Così centinaia di italiani e di algerini potranno continuare a lavorare insieme. L’Unione Mediterranea cammina anche sui binari di equi contratti per tutti.

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Il quarto ambito di vita e impegno della Chiesa che vive in Algeria – insieme a interiorità,
solidarietà e novità di vita – è quello dell’inculturazione. La diversità all’interno della Chiesa invita anzitutto all’interculturalità ad intra, in noi stessi, nella nostra carne. Spesso la si considera come un movimento verso l’esterno, verso le culture dove ci inseriamo, ma oggi sentiamo il bisogno di uno sguardo più acuto su quello che siamo.
Basta vedere la composizione delle nostre assemblee e notare le differenze tra noi. Basta ascoltare le melodie dei canti provenienti dalle nostre culture e dalle nostre lingue diverse. Tutto ciò traspira anche dai colori dei nostri vestiti, dagli odori delle nostre cucine, dalle posizioni dei nostri corpi. Sentiamo i toni che vengono da tutti i luoghi, prima dall’Algeria, e poi dalla Kabilia e dal sud, dall’est e dall’ovest e poi dai cinque continenti. La diversità che coabita in seno alla nostra Chiesa (di Africa, Europa, America, Asia, Oceania) è la bellezza di Dio manifestata nella creazione e nei nostri cuori. Queste diversità esistenti in seno alla comunità cristiana sono una bella fortuna per poter vivere le nostre differenze ( di origine, cultura, età e lingua ) a condizione di riconoscerci, ognuno al suo posto, membri di un sol corpo a servizio della società umana che è in continuo movimento.
Secondariamente, l’inculturazione si riflette nel desiderio di “Conversazione con l’anima del popolo algerino per una Chiesa più inculturata”. Desiderio di investire nello studio dell’arabo e dell’islam, per meglio dialogare con un popolo che ama conversare, parlare insieme, sussurrare… In questo cammino dobbiamo conoscerci meglio, per riconoscerci e rispettarci.
Importante è anche conoscere l’islam e il Corano per scoprire l’interiorità dell’altro e il valore dell’essere credente musulmano e credere che possiamo arricchirci dei valori dell’altro.
Non c’è dialogo interreligioso senza conoscenza della lingua e della religione dell’altro. Per alcuni, vivere in un ambiente essenzialmente musulmano, porta anche a una conoscenza più ampia del cristianesimo, della azione e della Parola di Dio. Stessa cosa può avvenire per gli amici musulmani.
I due mondi religiosi possono arrivare ad arricchirsi e sostenersi in spirito di verità, di carità e di speranza.

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Chiamati a rileggere la nostra vita di condivisione con un popolo per noi nuovo e diverso, ci accorgiamo che è anche necessaria una conversione. Siamo invitati a posare un altro sguardo sulla nostra Chiesa – Chiesa presente, Chiesa dell’amicizia, Chiesa della conversazione – e sulle persone con le quali viviamo.
Anzitutto uno sguardo ai segni dei tempi, non solo sul negativo ma sul bene. Cercare di vedere come lo Spirito lavora nella speranza ancorata profondamente nel cuore dell’umanità. L’algerino di fama mondiale Albert Camus diceva: «Negli uomini c’è più da ammirare che da disprezzare».
Le nostre esperienze inserite nella realtà attorno a noi ci confermano in uno sguardo benevolo e riconoscente, fatto con bontà e bellezza e a vivere la vicinanza e il dialogo con l’altro nella sua differenza. E sono le differenze che ci avvicinano e fanno cambiare lo sguardo. La testimonianza che diamo come stranieri può parlare anche se è comunicata solo con segni e gesti silenziosi, ma con senso contemplativo e profondo nell’interiorità della vita donata. La testimonianza è difficile da valutare, ma è il segno visibile che lascia tracce nella vita.
Poi c’è la speranza gioiosa, la caratteristica del discepolo autentico. La speranza ci rende attenti ai segni della venuta del Regno di Dio. Gesù ne parla spesso e ognuno può trovare il modo per farlo venire. Quale speranza per noi oggi? In che cosa mi sento chiamato a servire il Cristo in un Paese a grande maggioranza musulmano come l’Algeria? Questa speranza è quella promessa dal Cristo Risorto per noi e per la moltitudine. Una speranza dentro un cammino da ripensare, da cercare… Certo, anche in seno alla comunità cristiana ci sono differenze di origine, cultura, età e lingua. E tutto ciò ci mantiene uniti. La comunità è rimessa continuamente in valore, diventa grazia per cristiani e musulmani. Arrivando in Algeria, molti trovano la sorpresa della diversità in seno alla famiglia cristiana solidale. Tensioni, difficoltà e stanchezze sono superate dal ricordo dell’unità vissuta. Nel Cristo vivente tra noi, una profonda comunione è possibile.

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Papa Francesco dice che servono ponti non muri. Uno dei ricordi dei miei primi giorni in Algeria è l’impressione vissuta quando ho passato alcune ore in una famiglia algerina. Ancora tutto confuso per il cambiamento di vita, non solo mi sono sentito accolto con cordialità, ma vivevo la sorpresa di non sentire una grande differenza tra il mio ambiente italiano e quello della famiglia che mi accoglieva, e di sentirmi come a casa mia.
Non dimentico le stesse impressioni quando venivo accolto in Camerun dalle famiglie cosiddette “pagane” e anche poligame, che vivevano un calore umano tra marito, moglie, mogli, e figli…
Poi col tempo, cresceva la conoscenza delle diversità, ma soprattutto lasciavo il cuore esultare quando coglievo momenti di vicinanza.
Vi racconto alcune “rose di sabbia”, testimonianze colte in Algeria che mi confermano nella vicinanza profonda dei cuori, più profonda delle diversità di religione e cultura.
Lui va al lavoro, a fare il pane. Io vado a pregare con le Piccole Sorelle. Ci incrociamo ogni mattina e ci diamo il saluto del buon mattino Sbah Kair, Sbah Nour (mattino di bene, mattino di luce). Dopo alcuni giorni, frena la bicicletta, si ferma e mi dice: «Ci conosciamo, ora salutiamoci col nostro saluto musulmano Salam aleikum pace a voi».
La signora N., diplomata e attiva nella società algerina, afferma chiaramente che si è formata alla scuola dell’amicizia coi preti e con le suore del suo villaggio e che sono i suoi migliori amici. E dice: «Vi trovo gli autentici valori dell’islam».
Frère Christian de Chergé, il priore ucciso assieme ai suoi compagni a Tibherine, aveva un amico musulmano e con lui viveva lunghi momenti di dialogo e di amicizia. Ma dopo un periodo in cui era stato tanto occupato e aveva diradato gli incontri, si sentì richiamato all’ordine: «È da tanto tempo che non abbiamo più scavato il nostro pozzo!». Si capivano bene, tanto che frère Christian gli chiese: «E in fondo al nostro pozzo, cosa troveremo? Acqua musulmana o acqua cristiana?». L’altro gli disse: «Lo sai bene che in fondo al nostro pozzo c’è l’acqua di Dio». Anche Maria è la mamma di tutti.
«Capisce l’Arabo?», chiede una donna musulmana a una suora, indicando la statua della Madonna nella Basilica Nostra Signora Africa di Algeri. «Certo», le dice la suora. «Allora le svuoto il cuore».
Paul Desfarges, vescovo di Costantine, dice: «Sperimentiamo una fraternità più profonda di quella dei legami familiari, religiosi o nazionali. Con tutti, parenti, amici, colleghi e amici musulmani, la fraternità non sarebbe vissuta in Cristo se non fosse fraternità autenticamente umana. Che Cristo sia nominato o no, l’importante è di lasciarci condurre a questa fraternità di umanità che cresce come puro rispetto, puro servizio, gioia di ogni gioia, sofferenza di ogni sofferenza. Il cuore profondo, più interiore di quello sensibile, permette di traversare le differenze religiose».
Al di sotto delle diversità religiose e culturali c’è un cuore unico.
Quando ci si saluta, si mette la mano sul cuore e il cuore ci unisce.

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Durante l’anno 2013-2014, abbiamo riletto la nostra presenza in Algeria come discepoli di Gesù che ci ha invitati a rivederlo nei poveri. Gesù sentiva compassione profonda per la povertà e l’ingiustizia che trasformavano gli esseri umani in esseri anonimi senza nome e passato. Come sono oggi i migranti chiamati “senza documenti” o “clandestini”. La realtà dei poveri ci rivela le linee di frattura, quelle della società e quelle della Chiesa. Siamo chiamati a essere attenti alle chiamate profonde delle persone e a rivedere, ripensare e riorientare le attività abituali della Chiesa.
Papa Francesco ci chiama a un cammino di conversione evangelica. Il servizio presso gli emarginati apre il cuore alla scoperta sempre nuova di Gesù nei poveri, nei piccoli, quelli che mettono la loro fiducia nel Dio unico in Gesù e che formano il popolo delle Beatitudini. Accostando i poveri, le forme di servizio diventano sempre nuove e ci domandiamo come allargare lo spazio della loro presenza nella nostra vita personale e collettiva (comunitaria, parrocchiale, diocesana).
Oggi nella nostra Chiesa ci accorgiamo di novità importanti di presenza: migranti, studenti sub-sahariani, cristiani algerini, operai stranieri, prigionieri.
Ognuno di noi è chiamato a spostarsi, ad avvicinarsi interiormente per meglio “conoscere l’altro” e “meglio capirlo”. Nella Chiesa non ci sono “stranieri”, né “ospiti di passaggio”. Non c’è chi è al centro e chi è in parte, ma siamo, come dice San Paolo: «concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio» (Ep 2, 19). Dobbiamo trovare il nostro posto accanto a loro e raccogliere la saggezza preziosa di chi vive in margine. Essi possono insegnarci ciò che hanno imparato per vivere e per sopravvivere: esilio, creatività, solidarietà, energia di resistenza e gioia di vivere.
I migranti riconoscono l’amore della Chiesa per raggiungerli, accoglierli, visitarli anche in prigione. Anche gli operai stranieri vivono una vita difficile, per molti una vita come celibi. Anche nelle loro autostrade in costruzione, nelle officine o nelle basi in mezzo al deserto… anche di lì passa Gesù.
Numerose famiglie povere, ammalati, handicappati, bambini, anziani… sono loro i soggetti delle nostre visite, di accompagnamento e di cure, insieme ai soci attivi delle associazioni dell’Algeria e a persone di fede diversa. Avviene un dono, un’accoglienza reciproca. Non si dona solamente, ma anche si riceve. Insieme, gli uni e gli altri, ci umanizziamo, facendo questo mondo più umano.

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Carissimi, riprendo a comunicarvi qualche momento della mia vita in Algeria, dopo l’arrivo e l’accoglienza del mio confratello Pietro Masolo. È il terzo “dono” PIME di Dio alla mia comunità di Touggourt-Hassi Messaud , dove è presenta anche padre Alberto Sambusiti. Ad Algeri, invece, vive padre Cerare Baldi, responsabile della Caritas. Ci siamo incontrati tutti insieme per la conclusione di un anno speciale di riflessione e di incontri come discepoli del Signore Gesù in Algeria, seguendo la lettura del cammino dei discepoli di Emmaus.
“Interiorità, cuore dell’incontro di Chiesa e con i credenti musulmani”. È la prima caratteristica della nostra presenza in questo Paese, messa in evidenza nei nostri incontri. Dopodiché ci sono le dimensioni della solidarietà, della conversione dello sguardo e dell’interculturalità.
Voglio proporvi alcune frasi del documento preparato dal Gruppo di studio (Grea) che ha raccolto e messo in sintesi le 500 testimonianze scritte da cristiani diversi: permanenti stranieri e algerini, studenti africani, tecnici di società straniere, prigionieri, emigranti…
«È nel profondo dell’Eucaristia che il quotidiano della nostra esistenza di Chiesa (preghiera, impegno, lavoro) trova tutto il suo senso e ci fa un umile Pane vivente per il nostro mondo. La presenza di Chiesa si vive quando esprimiamo il nostro essere lì nella preghiera dell’offerta della messa e nella preghiera comunitaria. È nell’interiorità della vita spirituale che la conversazione si vive con se-stessi, con Dio, con il mondo e con i credenti musulmani. Il deserto è il monastero, luogo di preghiera, di solitudine, della presenza a Dio e al mondo. Negli anni neri e nei momenti difficili, solo nella preghiera e nell’interiorità è apparso lo spazio di vita visibile nella notte. In quello spazio cogliamo una saggezza collettiva e andiamo all’essenziale della nostra vocazione contemplativa di preghiera, amicizia e gratuità.
Come movimento ulteriore, la preghiera ci mette in comunione-comunicazione-conversazione con i credenti musulmani e la Chiesa in Algeria si fa conversazione, come diceva il Beato Paolo VI:
“La Chiesa deve entrare in dialogo col mondo nel quale vive. Essa si fa Parola, messaggio, conversazione”. (ES § 67). Anche se abbiamo modi diversi di preghiera, è lì che viviamo in comunione con l’altro. Scopriamo che nella tradizione islamica la preghiera è lode, perdono, domanda, raccoglimento e altro… secondo gli avvenimenti della giornata. Alcuni scoprono la ricchezza spirituale dei musulmani nello scambio interiore e personale partendo dai diversi modi di meditare la Parola di Dio (Bibbia e Corano). In alcuni momenti nasce, nell’incontro, la gioia di pregare insieme. Momenti rari… ma pieni di speranza e di vita per ognuno».

 

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Sono tornato ad Algeri il giorno dell’assassinio di Hervé Gourdel e ho trovato un clima di profonda sofferenza. In questo momento di tristezza, indignazione e paura, cresce il bisogno di chiarire e di consolidare le relazioni tra le persone che vivono in Algeria. Non solo superare il senso di pericolo e di minaccia, ma ritrovare fiducia nella vera realtà del Paese. Ha ben detto il vescovo di Orano: «Si tratta di una specie di barbarie nella quale i musulmani non si riconoscono. Siamo coscienti che non si tratta di ostilità contro i cristiani».
Un giovane studente, mio amico, mi dice: «Sii prudente nei tuoi spostamenti e se è necessario telefonami subito». In realtà non trovo alcun allarmismo.
Al contrario, mi è arrivato tra le mani un opuscolo su padre Pierre Lafitte, che mi dice la profondità di relazioni vissute tra algerini musulmani e alcuni cristiani e che fa pensare che l’Algeria ha nella sua storia e nella sua vita un tesoro di unità e di rispetto delle differenze che è come un albero che non potrà dare che frutti meravigliosi.
Alla morte di Pierre Lafitte, prete francese, il direttore del giornale La liberté, Outoudert Abrous,
per alcuni mesi ospite del prete, scrive: «Venuto all’età di 25 anni per un servizio civile, è restato con noi 42 anni. Negli incontri con amici si parlava di Algeria e di Algeria che egli amava come si ama un primo amore».
E una giovane medico: «Non solo un uomo di cultura; era un uomo che ci amava» (N).
Un’altra: «La tua allieva vuol vivere la tua umanità in tutto il suo splendore». (A.N.)
E dopo la morte dei sette monaci di Tiberine, così parlò una mamma ai suoi figli: «Nostro compito è quello di continuare il cammino di pace, di amore di Dio e dell’uomo nelle sue differenze. Nostro compito è innaffiare i semi affidatici dai nostri fratelli monaci affinché i fiori crescano un po’ ovunque, belli nella loro varietà di colori e profumi. La Chiesa cristiana con la sua presenza tra noi continui a costruire con noi l’Algeria della libertà delle fedi e delle differenze, l’universale e l’umanità. Sarà un bel mazzo di fiori per noi e una grande opportunità per tutti e per tutte. Grazie alla chiesa di essere presente in mezzo a noi oggi. Grazie a ciascuno e a ciascuna».
In un terreno fecondato da relazioni di rispetto, accoglienza e apertura alle differenze, il terrorismo non può svilupparsi. Lavoriamo e preghiamo perché regni la pace.

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Jean-Paul Vesco, vescovo d’Oran, spiega: «Le bande islamiste che hanno agito sono presenti in una molto piccola parte del territorio algerino. Siamo di fronte a dei barbari e questa notizia provoca una grande tristezza. Si tratta di una specie di barbarie nella quale i musulmani non si riconoscono. Non dobbiamo immaginare che l’Algeria si trovi in situazione di guerra. Non è affatto un ritorno agli anni neri di vent’anni fa.
Le bande islamiste che hanno agito sono presenti in una zona di territorio, dove avvengono regolarmente rapimenti a scopo di riscatto.
In questo caso, sono convinto che si tratti di un rapimento di “opportunità” e non di un rapimento preparato da lunga data nei confronti di un francese. La regione è poco estesa e l’esercito si è impegnato in modo considerevole. L’organizzazione dello Stato Islamico non ha ramificazioni in Algeria ed è falso pensare che la minaccia sia permanente. Per esempio, le misure di protezione non sono aumentate all’episcopio o nei miei confronti. E siamo coscienti che non si tratta di ostilità contro i cristiani. Nei giorni scorsi, mentre ero in Francia, sentivo una psicosi più forte che qui oggi, e non viviamo sotto minaccia».

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