Una settimana (9-16 luglio 2014) di lettura della Bibbia con studenti africani e cristiani algerini.
Il tema: “Il cristiano immagine di Gesù”. Siamo ospiti a Ben Smen, Algeri, dai Gesuiti, che sono dei professionisti nell’accoglienza e nell’accompagnamento delle persone che dedicano un po’ tempo a rileggere la propria vita alla luce della Parola di Dio.
Gli studenti africani, provenienti dal Sud del Sahara e ora universitari in Algeria, non nascondevano le sofferenze del primo impatto, la sorpresa di trovarsi a vivere in mezzo a un popolo di fedeli di un’altra religione, ma ben accoglienti nei loro riguardi, e la gioia di essere, come cristiani, membri di una grande famiglia che li ama.
I nuovi cristiani algerini esprimevano, dal canto loro, la gioia di trovare dei fratelli di altre culture e di sentirsi insieme membri di una Chiesa che li accompagna nel loro percorso difficile e impegnativo.
Durante la settimana, la condivisione del proprio cammino di fede e i momenti di vita comunitaria hanno creato una fraternità gioiosa e ci hanno fatto sentire il sapore profondo di essere chiamati a essere “sale della terra” e “luce del mondo”, mentre si vive a contatto con fedeli di un’altra religione.
Un’attività ha accompagnato la riflessione: ognuno aveva con sé l’occorrente per fare del pane e si è sentito “impastato” per essere “Pane spezzato per la vita del mondo”.
La Parola, la preghiera e la testimonianza ci hanno fatto sperimentare che il Signore era lì presente e vivo. La dura realtà che queste persone vivono non ha impedito loro scoppi di esuberanza gioiosa e ci ha permesso di respirare una forte speranza e di allargare lo sguardo verso “grandi spazi” nel cammino di cristiani.
Sanno che un giorno saranno tutti chiamati a essere testimoni nei loro Paesi di origine, come lo sono già ora qui. Un tempo furono i primi discepoli a scrivere i quattro Vangeli. Ora tocca a loro scrivere il Quinto.

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Tornata dall’Italia, suor Serena mi fa dono di uno degli ultimi libri sul card Martini, Il bosco e il mendicante, scritto da Enrico Impala. Mi piace molto perché racconta la vita e il pensiero del card. Martini e mi aiuta a rileggermi in profondità come quando negli anni Settanta, appena giunto a Guidiguis, nel nord del Cameroun, leggevo i suoi scritti come se fosse stato il missionario evangelizzatore e vi trovavo con sorpresa insegnamenti importanti.
Nella prima pagina del libro leggo: «Un proverbio indiano narra di quattro stadi della vita dell’uomo. Il primo è lo stadio in cui si impara; il secondo è quello in cui si insegna; nel terzo si va nel bosco, il bosco profondo del silenzio… (nel bosco si rimettono in ordine le memorie), della riflessione, del ripensamento e credo che, allorché si aprirà per me il terzo stadio, potrò riordinare con gratitudine tutto ciò che ho ricevuto. Nel quarto stadio, si impara a mendicare; l’andare a mendicare è il sommo della vita ascetica. Significa dipendere dagli altri. Il momento secondo la volontà del Signore… ulteriore grazia del Signore».
Leggendo Martini s’impara a leggersi dentro e fuori. Questa mattina, andando a pregare con le Piccole Sorelle, rivedevo nella memoria i volti di tante persone che mi hanno reso utile, chiedendomi un aiuto nello studio delle lingue, e chiedevo allo Spirito di raggiungerle a realizzare i grandi desideri che nascono nel mio cuore per loro. Poi tornando, una macchina si è fermata al mio fianco e l’autista mi ha invitato a salire. Era uno dei miei primi alunni. Con gioia gli ho detto nel mio piccolo arabo: «Ki nscufk nafra. Vedendoti sono felice!».
Mi piacerebbe riordinare la memoria, rivederli tutti, e dire loro quanto li amo.

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Tra i proverbi dei Tupuri che avevo raccolto in Camerun c’è questo: «Se trovi gente che danza o che cammina a testa in giù, danza e cammina come loro».
Quando sei straniero devi rispettare le leggi che trovi e comportarti come chi ti accoglie senza opporti.
Durante quest’anno 2014, i cristiani che vivono in Algeria stanno riflettendo sulla loro vita in questo Paese e si domandano cosa comporti vivere e condividere con una popolazione in maggioranza musulmana. Non si tratta solo di adattamento, come dice il proverbio, ma di accogliere in profondità una nuova esistenza. È cambiamento, conversione di vita? Preferisco dire fedeltà di relazioni umane. Mi piace ricordare quanto scrive nella lettera pastorale il vescovo di Costantine, Paul Desfarges : «In un momento tentato dalla violenza interreligiosa, la nostra Chiesa d’Algeria è portatrice di una testimonianza non di tolleranza o di semplice coesistenza tra cristiani e musulmani, ma di incontro spirituale che va fino all’ammirazione della fede dell’altro, come si vede in Gesù meravigliato della fede del Centurione o della Cananea».
Ecco alcune possibili risposte:
- Non solamente abitare in Algeria, ma vivere e far parte di questo Paese, della sua vita, della sua fede, delle sue difficoltà e della sua speranza.
- Conoscere sempre meglio i valori religiosi, la storia, la cultura e la lingua della popolazione per vivere relazioni amicali, fraterne e dare un contributo alla formazione di un mondo migliore.
- Vivere il proprio impegno specifico, la caratteristica e il carisma della propria famiglia religiosa a cui apparteniamo e al nostro battesimo come sacerdoti o persone consacrate o laici. Soprattutto nell’Eucaristia quotidiana, portare il vissuto di ogni giorno e unirci al dono della vita di Gesù per la vita anche di questo paese.
- Amare e a costruire fraternità in attitudini concrete come l’accoglienza, il rispetto, l’ammirazione dell’altro, il senso di giustizia, la condivisione dei beni e il dialogo aperto.
- Coltivare la fedeltà della condivisione della vita nel lavoro quotidiano, nell’incontro amichevole e fraterno, ovunque e con tutti.
- Vivere la testimonianza cristiana in comunione con la testimonianza di vita di fede delle persone in mezzo alle quali viviamo e con le quali celebriamo i momenti più importanti come nascite, matrimoni, funerali, malattie, feste di momenti religiosi e di riuscite negli studi, nel lavoro, ecc.

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Il vescovo di Costantine, Paul Desfarges, scrive nella sua lettera pastorale: «In un momento tentato dalla violenza interreligiosa, all’interno di una tensione tra l’islam e l’Occidente, la nostra Chiesa d’Algeria è portatrice di una testimonianza non di tolleranza o di semplice coesistenza tra cristiani e musulmani, ma di incontro spirituale che va fino all’ammirazione della fede dell’altro, come si vede in Gesù meravigliato della fede del Centurione o della Cananea.
Aggiungo un’esperienza personale. Un giorno è venuta da me una persona che attraversava un momento difficile e che voleva confidarsi: “In mezzo alle difficoltà mi capita di vivere momenti di calma e di pace profonda. A volte si tratta di un movimento interiore, una spinta in avanti e, oso dire, di una presenza…”. Questa persona musulmana mi domandava come fosse possibile raggiungere tale vita interiore di cui era la prima a sorprendersi.
Così, in questi incontri di umanità, la grazia è fatta a molti, nella nostra Chiesa, di avvicinarci a quanto Jean Mohamed Abd-el-jalil definiva col titolo del suo libro: Aspetti interiori dell’islam. Lui stesso originario di una famiglia musulmana, non si stancò di aiutare i suoi nuovi fratelli cristiani a conoscere meglio l’islam nella sua dimensione spirituale. Questa grazia noi la viviamo oggi in un contesto in cui correnti radicali stanno guadagnando terreno in questo Paese.
Alcuni musulmani amano incontrarci. Con loro sperimentiamo che un dialogo spirituale è possibile, ciascuno approfondendo e condividendo la fede che lo abita. Non si tratta di un dialogo sui dogmi-verità della fede, ma più semplicemente sul movimento del cuore illuminato dalla fede. Esistono già numerosi fratelli e sorelle, cristiani e musulmani, che ci testimoniano i frutti dei loro incontri spirituali».
Così il vescovo di Costantine. Anch’io vivo momenti molto belli negli incontri con le persone di diverse categorie che bussano alla mia porta. C’è un grande bisogno di accompagnamento nei vari campi della vita e soprattutto di luce e di pace interiore.

 

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Venerdì 2 maggio il cardinale Jean-Louis Tauran era a Annaba per la celebrazione dei 100 anni della Basilica di Sant’Agostino. Papa Francesco gli aveva affidato un messaggio per incoraggiare il dialogo tra cristiani e musulmani e per ringraziare le autorità algerine per aver contribuito ai recenti restauri della Basilica. Tiziana Campisi ha colto queste affermazioni del Cardinale.
«Sant’Agostino è un algerino… E che algerino! Unisce le due sponde del Mediterraneo, è un pensatore, un genio. Scrisse le sue pagine più belle di teologia mentre la sua città di Ippona era assediata e si prodigava per i rifugiati.
La Basilica, in un Paese prevalentemente musulmano, ricorda a tutti che siamo fatti per vedere Dio. I musulmani pregano in privato e in pubblico. I cristiani con la maestà di questa chiesa ricordino che lodiamo l’unico Dio e che siamo fedeli ai nostri doveri.
Nei pellegrinaggi si tessono rapporti umani molto più profondi che non a livello commerciale o turistico. Le chiese debbono essere sempre aperte per accogliere chi vuole trovare un po’ di silenzio per pensare, pregare, ricordare ai concittadini che l’uomo non vive di solo pane.
Il Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso favorisce e coordina iniziative di dialogo e il dialogo non si fa a via della Conciliazione ma sul posto. In Algeria, il dialogo della vita è molto importante: vivere insieme, confrontati con gli stessi problemi, con le stesse difficoltà, come credenti. Dialogo dell’amicizia, conoscersi, amarsi vicendevolmente e fare un pezzo di strada insieme.
La Basilica è un faro… Le religioni non sono un pericolo, ma una fonte di pace e di comunione fraterna. La Basilica ricorda che non c’è futuro se non un futuro condiviso».

 

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«Guadagnare la vita. Per questo ho lasciato il mio Paese ma non sapevo che il tifone avrebbe distrutto la mia casa e soprattutto che la lontananza avrebbe reso fragile il legame familiare. Allora ogni volta che rinnovo il contratto di lavoro vedo che perdo la vita nel cercare di guadagnarla».
Chi scrive è un cristiano filippino che lavora in Algeria e che, nel corso di quest’anno, rilegge la sua vita assieme a tutti i cristiani d’Algeria per vedere il cammino della Chiesa, capire le sfide attuali e trovare le nuove chiamate alla luce della Parola di Dio.
«Ho 32 anni e mi sento invitato a guardarmi veramente dentro perché solo riconoscendo gli errori posso ritornare a essere capace di ripartire. Il campo di lavoro ci abbrutisce con l’alcool che fabbrichiamo noi stessi. Un momento immediato di sollievo che poi genera a volte atti di violenza… Ma poi la realtà è sempre la stessa. Ci fosse almeno una chitarra per cantare qualche canto del nostro Paese d’origine…. Si resta nella nebbia, nebbia che impedisce di vedere. Alla famiglia non racconto nulla, e la vita continua, guardando su Facebook solo belle foto di persone e di avvenimenti a cui non partecipo.Ma ogni giovedì sera un prete arriva. E nel campo nascono momenti nuovi che non ingannano. Inviti a preparare in parrocchia un pasto con sapori del nostro Paese, cambiamento d’aria, di ritmo e un gruppo di fratelli che sono rimasti in Algeria per noi e poi il gusto di cantare canzoni del nostro Paese nella nostra lingua. Nessuno me ne aveva parlato prima. Scopro una ricchezza imprevista, la condivisione del cuore e cantare anche nella nebbia. È una grande novità del cuore, una Buona Novella. Il cuore ne resta toccato, rivive, perché Dio ci dona qualcosa che non si vedeva prima».
La lettura che, come cristiani in Algeria, stiamo facendo, ha lo scopo di renderci coscienti che nel cammino di discepoli del Signore, chi cammina con noi, in noi e ci precede, è Lui il Risorto. Come nella via crucis del Signore, c’è anche la nostra via crucis, anche nella gioia della risurrezione del Signore troviamo la forza e la gioia del rinnovamento della nostra vita.

 

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Papa Francesco ci dice: «La partecipazione all’Eucaristia ci invita a seguire Gesù ogni giorno, a essere strumenti di comunione, a condividere con lui e col nostro prossimo ciò che siamo». Nelle testimonianze della vita di cristiani, che vivono tra i musulmani nella diocesi del Sahara algerino, ho ricavato espressioni che potrebbero diventare preghiera comune.

Accordaci Dio la conoscenza intima dei nostri fratelli e sorelle.
Aiutaci a scoprire meglio come tu cammini con noi tutti.

Dio tu sei un’evidenza.
La pratica religiosa ci incita al rispetto
davanti alla tua grandezza nella storia e negli avvenimenti.

Vicini e amici ci aiutiamo ad aprire gli occhi su di te.
Ti fai vicino nelle nostre realtà.

Camminiamo insieme nelle differenze dove tu precedi.
Al di là di razze e culture, tu lavori i nostri cuori.

Ogni giorno sentiamo l’invito alla preghiera.
Sì, siamo fratelli e sorelle e preghiamo insieme.

Negli incontri parliamo liberamente di te e ci consoliamo.
Sei continuamente presente sulle nostre strade.

Siamo chiamati a essere strumenti umili e generosi
della tua provvidenza e bontà.

La fraternità e l’amicizia dicono che ti cerchiamo.
I valori uniscono e fanno costruire il Regno
nel mondo attorno a noi.

L’uomo porta in se qualcosa di più grande.
Insieme ti lasciamo, Dio, guardarci dentro
per cambiare le nostre vite.

In ciascuno, una piccola fiamma.
Amiamo vedere questa luce e rivelarla
e condividere la speranza.

L’Algeria cambia,
come cambiamo per fare ciò che vuoi
per il nostro paese?

Cari amici, il mio augurio pasquale è che in preghiera ci sentiamo uniti anche a quanti pregano
in modo diverso. Gesù è morto e risorto per tutti.

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Uno dei due religiosi, don Gianpaolo Marta, è in Camerun da più di sei anni, mentre don Allegri era tornato a settembre, ma «era già stato lì per 10 anni – ricorda una suora della Divina Volontà di Bassano del Grappa, che da anni opera a stretto contatto con i sacerdoti della diocesi di Vicenza impegnati nel Nord del Paese -; conosceva bene l’ambiente».
Per vari motivi mi sento tanto legato a loro, da quando col vicario generale di Treviso mi recai a Vicenza, presso il vescovo, mons Onisto, nel 1975, a chiedere sacerdoti per le missioni del Camerun.
Con don Antonio ho vissuto una lunga e profonda amicizia in Camerun, in Italia e qui dall’Algeria. Quando gli chiesero la disponibilità a ritornare in Camerun, mi scrisse: «Grazie sempre delle tue “meditazioni”… anche perché sono spesso imbevute di spirito foucauldiano. Dal 14 al 19 novembre noi qui (a Rimini) faremo l’Assemblea nazionale delle fraternità sacerdotali Jesus Caritas, sarebbe bello che mi scrivessi due righe dall’Algeria per noi che simpatizziamo per Fr. Charles e per tutti quelli che come te imparano “necessariamente” a vivere il suo stile… Ma comprendiamo appunto anche noi sempre di più che la Nuova evangelizzazione passerà con l’intuizione di Fr. Charles: l’icona di Nazareth e quella della Visitazione dovrebbero essere la nuova immagine di Chiesa… Noi ci crediamo, ma è ancora difficile proporla nelle nostre “pastorali” così strutturate e ingabbiate negli strumenti umani. Aspetti un fidei donum? Chissà… Se il Signore chiama… Ciao!». Gli avevo risposto: «Coraggio, parti!».

 

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In questo tempo, la Chiesa d’Algeria sta vivendo un anno interdiocesano in preparazione all’assemblea delle quattro diocesi – Algeri, Orano, Costantina e Ghardaia – che si terrà il prossimo settembre. È un cammino a tappe, e la prima tappa di questi mesi è la condivisione di quanto si sta vivendo. Eccovi alcune testimonianze di religiosi, laici e cristiani immigrati. Non tutto è facile. C’è anche la croce.

Penso che l’uomo porti in sé qualcosa di più grande che se stesso. Provo tanta gioia a condividere con cristiani sub-sahariani o algerini. Insieme lasciamo il Signore guardare le nostre vite per cambiarle. In ciascuno c’è una piccola fiamma e, là dove passo, amo vedere questa luce e rivelarla.
È un modo di condividere la mia speranza.

Ci sono dei passi che si succedono, meditazione lungo i giorni degli avvenimenti, ascolto di quello che gli altri condividono e preghiera insieme. Spiazzamento radicale del mio modo di vedere i fratelli e le sorelle dell’islam, invito all’incontro, avventurarmi nelle loro tradizioni e nel loro Libro, rivisitare le grandi figure bibliche a noi comuni. Forte domanda sulla mia fede, sul posto della mia preghiera quotidiana, sul posto di Gesù Cristo nella mia vita e sull’Eucaristia.

Ho capito che Gesù al quale avevo consacrato la mia vita per annunciarlo là dove ero mandato, mi chiamava ad andare oltre le mie idee e riconsiderare piuttosto il dono della vocazione e il valore di una missione senza frontiere e senza limiti di razza, cultura e religione… Ho detto di sì, accogliendo il cambiamento che chiede tempo, pazienza e ascolto.

Sono chiamata a vivere una vita di intimità con Gesù nella forma di vita della Fraternità al seguito di Fr. Charles e della Piccola sorella Maddalena. Tra fratelli e sorelle musulmani, siamo chiamati a vivere una vita di amore fraterno in questa cultura, religione che segna la loro fede e la loro vita sociale. Ciò porta a conoscere, incontrare, dialogare, a farsi vicini, disponibili, camminando con l’altro nel più profondo della vita.

La vita insieme a questo popolo, in una ospitalità generosa quasi protettrice, durante lunghi viaggi, con giovani aperti, fedeli alla preghiera e con la gioia di condividere e di essere solidali in funerali, matrimoni, nascite. amicizie continue… Tutto mi testimonia che la Grazia è più grande di noi, che il Regno è già presente, che Gesù cammina con noi.

Non più in grado di aiutare tanto, accolgo l’aiuto e il dono dell’altro. La visita di chi mi ha chiesto di parlarle di Gesù ha scosso la mia vita. Sì, accompagnati allo stesso modo, fratelli. Nella preghiera i miei occhi si aprono. Nella fraternità e l’amicizia vedo che cercano Dio e che insieme possiamo costruire il Regno. Suona alla porta e dice: «Ci hai cambiato la vita, ora tocca a noi aiutarti».

La loro fede e il senso della visita nelle circostanze della vita mi invitano a una più grande interiorità e a lasciare che Cristo mi raggiunga in tutto ciò.

Camerunese, ho imparato da Charles de Foucauld che la felicità si trova seguendo Gesù fino
all’ultimo posto. Ho trovato la Croce, ma Gesù mi ha aiutato a portarla. Tornando a casa, voglio vivere una vita nuova, da cristiano, conforme a quella di Gesù. Ho trovato delle persone modello. Lotterò anch’io per cambiare il mondo, per scrivere il Vangelo con la vita.

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È nella preghiera e nel silenzio nella comunità dei Piccoli Fratelli di Jesus Caritas a Sassovivo che il neo cardinale Philippe Ouedraogo, arcivescovo di Ouagadougu in Burkina Faso, ha vissuto la vigilia del concistoro di pochi giorni fa. E si confida così: “Ho avuto la grande fortuna di incontrare la Famiglia Spirituale di Charles de Foucauld tramite le Piccole Sorelle di Gesù. Faccio parte dal 1986 della “Fraternità Sacerdotale Jesus Caritas”, una realtà internazionale molto viva. Successivamente il Signore mi ha fatto incontrare voi Piccoli Fratelli di Jesus Caritas, la prima volta che sono stato ad Assisi, mi avete fatto conoscere la stupenda Abbazia di Sassovivo. Voi piccoli fratelli siete come la mia famiglia, da voi mi sento a casa per questo prima di recarmi a Roma per il concistoro desideravo tornare a Sassovivo per poter “ascoltare la voce del silenzio”.
Al seguito del beato Charles de Foucauld, Gesù è il mio “Modello unico”: cerco di essere fedele alla mia vita quotidiana, così come lo era Gesù a Nazaret, fedele alle cose grandi e a quelle piccole, vivendo con semplicità ogni giorno.
La spiritualità di Nazaret: farsi presente a tutti, in contatto continuo con le persone che incontriamo sulle nostre strade.
Gesù incontrato nella Parola, nell’Eucaristia e nel fratello.
La giornata del deserto: una pratica che ho imparato per vivere la preghiera nel silenzio e nella solitudine, per quanto possibile una volta a settimana;
Assieme a Charles de Foucauld, amo anche santa Teresa di Lisieux, ricordando quanto affermava il cardinale Congar, essi sono «i due fari che hanno illuminato il secolo atomico» ossia il XX. Credo che anche il nostro secolo possa ancora ricevere parecchia luce da questi due nostri amici del cielo.

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